Skip to content

Parole di Seta

Personal tools
You are here: Home » Antologia » Pubblicazioni sull'Arte » Alessandro Abrate - Cappella di San Nicola di Bari - Farigliano

Alessandro Abrate - Cappella di San Nicola di Bari - Farigliano

Document Actions
Qualche cenno su Farigliano, luogo di cerniera tra Langa e pianura cuneese.

Una premessa. Percorrendo la Fondovalle Tanaro –direzione Alba- e lasciati alle spalle i vaghi declivi delle colline monregalesi, dapprima si profila, e quindi si allarga sulla destra, l’imponente massa di marne mioceniche chiamata ‘Langhe’: una presenza fin da subito forte, di deciso impatto sia visivo che emozionale. Lungo il suo fianco si incontrano alcuni piccoli centri sorti in prossimità del fiume, un po’ in alto rispetto al suo corso, che quasi paiono baluardi o avamposti di quella terra di Langa che qui ha inizio e che, alle spalle di quei borghi, a tratti sembra incombere.

Bastia, Clavesana, Farigliano, Monchiero sfilano via via alternandosi a calanchi tufacei grigio-azzurrognoli che fortemente caratterizzano questo paesaggio; un paesaggio in parte disegnato dall’uomo e fatto di vigne e coltivi, in parte ancora selvaggio e ‘naturale’ in cui spiccano le macchie di piccoli boschi, o prendono avvio stretti anfratti poco battuti da piede umano, quasi solchi o fenditure che avanzano profondi nei fianchi delle colline.

E’ questo, metaforicamente, l’estremo confine della vasta pianura cuneese, una sorta di cerniera segnata dal serpeggiare del fiume. Oltre, al di là del Tanaro, iniziano ‘i monti di Langa’: infatti montagna era considerata questa terra collinosa nei secoli passati e spesso come selvatici e schivi erano indicati molti tra i suoi abitatori. Quasi un mondo a parte la gente di collina, di Langa per l’appunto che, molto più delle popolazioni di pianura, teneva in considerazione l’acqua, quel bene prezioso che scorreva abbondante a fondovalle, così raro lassù dove si coltivava la vite e si pascolavano capre… Proprio per questo, e per altri motivi, i paesi ‘di cerniera’ come questi prima incontrati rappresentavano un qualcosa a parte, erano luoghi radicati nella collina, ma con i piedi a bagno nel fiume, mentre dinnanzi a loro si apriva l’ampio orizzonte della pianura e l’occhio spaziava sino a comprendere l’estrema catena alpina. Alle spalle e di fronte ai borghi chiamati Bastia, Clavesana, Farigliano, Monchiero si dipanavano realtà opposte e differenti, iniziava un ‘altrove’: più rude, difficile e misterioso su per la terra di Langa, più ‘civilizzato’ e meno avaro tra le contrade di pianura. E questi luoghi rappresentavano tra l’una e l’altra cosa il guado ed il porto, erano passo obbligato e punto di controllo di merci e di uomini, sosta e gabella. A volte confine. Per questo motivo furono contesi e difesi nella lunga stagione medievale che era seguita a un altrettanto lungo periodo romano dove, la pur lontana vigilanza di Roma aveva permesso un clima di pace e benessere alle genti qui insediate che vivevano principalmente di agricoltura, pastorizia e scambi… Dunque terra di antica memoria e frequentata da tempi remoti che in epoca medievale vide le sue genti arroccarsi e combattere per contendersi lembi di territorio, passi, guadi e strade, sovente con azioni e rappresaglie di ferocia inaudita. Ma tutto ciò rappresentava la norma mentre carestie e malattie epidemiche erano all’ordine del giorno e la morte serpeggiava tra le contrade: una presenza costante come il fiume, uno scorrere quotidiano ma variabile, fatto di piene e di secche, di caldo e di ghiaccio, di polvere e di umido… Farigliano tra storia e leggenda. Secondo antiche narrazioni la Chiesa Parrocchiale di Farigliano –dedicata a San Giovanni Battista- era sorta sui resti di un tempio dedicato a Diana, dea delle selve, della caccia e della luce lunare: considerando l’ubiquità degli dei, viene bene far accadere anche qui, ai piedi delle Langhe e lungo le rustiche rive del Tanaro, l’episodio dell’ardito Atteone che ‘prese vaghezza di contemplar le caste membra della dea’ che si bagnava e fu perciò ‘trasformato in cervo e fatto sbranare dai cani’… Basta uno spunto come questo per nobilitare (sebbene con una certa crudezza) una porzione di territorio; ma altri episodi, forse non così ‘mitici’, raccontano ad esempio di come rudi soldati Sarmati mandati dall’imperatore Costantino a fertilizzare alcune terre incolte formarono la stazione di Forofulviem, che sarà poi Farigliano…Volendo è possibile evocare ancora i racconti del mito, più accattivanti, e cogliere nel toponimo una connessione a Giano, dio ‘dei passaggi’ (che è anche considerato la forma maschile di Diana). Con questa indicazione di transito è possibile tornare a quanto si diceva in apertura a proposito di paesi di cerniera, di confine, un ruolo ancora oggi chiaramente svolto da Farigliano, posizionato com’è tra Langa e pianura. Luoghi dunque anticamente strategici, importanti, nonostante l’esiguo popolamento. E quanto importante fosse Farigliano in epoca basso-medievale ce lo suggerisce il nome della famiglia che per secoli ne ebbe il controllo, nientemeno che i Marchesi di Saluzzo, che qui avevano un avamposto rispetto al grosso delle loro terre montane e pedemontane. In località Castello restano i ruderi dell’antico maniero che un documento del 1210, stipulato dal Marchese Manfredo II, sommariamente descrive: si trattava di una torre fortificata con un palazzotto adiacente. Successivamente il Castello fu ampliato: erano i tempi di Manfredo IV che, a testimonianza di una certa frequentazione, proprio a Farigliano venne sepolto. La vedova, Isabella Doria –siamo nella prima metà del XIV sec.- continuò a dimorarvi (sembra per 15 anni) non incontrando le simpatie della gente, ma ancora più temuto era il figlio Manfredo V (un nome che continuava a ripetersi tra i Saluzzo) indicato da alcuni come ‘flagello di Dio o figlio del demonio’. La distruzione del castello risale però a tempi successivi, all’epoca delle guerre tra l’imperatore Carlo V ed il re di Francia Francesco I: siamo nella prima metà del XVI secolo e l’ordine espresso che sia ‘abatuto, smantellato e ruinato’ il maniero giunse nel 1544 dal Governatore di Cherasco Lois de Boller de Riez. Ma se fu abbattuto il castello, che rare notizie descrivono forte e munito ma insieme residenza confortevole e ornata, ancora oggi restano in paese, a testimonianza di un passato degno di nota, alcuni frammenti architettonici e figurativi di deciso carattere. Nel cuore del piccolo centro storico, ad esempio, l’elegante bifora di via Principe Amedeo rappresenta un episodio isolato all’interno di un contesto residenziale trasformato nel corso del tempo; ciò nonostante evoca un certo gusto dell’abitar cortese suggerendo suggestioni di un clima tardo medievale strettamente imparentato all’area saluzzese. Come meraviglia e stupore desta la scoperta, all’interno di casa Ballauri-Viotto, di un camino monumentale (e rinascimentale): un imponente focolare in laterizio rivestito di stucco lavorato ad ornati, sormontato da uno stemma racchiuso in un elegante serto fogliaceo. Un’eleganza che ritroviamo ancora più marcata nell’edicola marmorea conservata nella Chiesa Parrocchiale (odierna) di San Giovanni Battista (recuperata dall’antico luogo di culto distrutto da un terremoto nel 1887) raffinata opera scultorea (due angeli inginocchiati reggono una grande coppa sulla quale è inserito il tabernacolo) ispirata ad una cultura rinascimentale di decisa qualità e di raro riscontro in area cuneese, informata di ciò che Matteo Sanmicheli aveva realizzato nel saluzzese. Farigliano, dopo il legame col Marchesato di Saluzzo e la complessa vicenda del periodo di guerra tra Francia e Impero, entrò a far parte dei domini sabaudi e divenne appannaggio di Felice di Savoia (illegittimo del Duca Carlo Emanuele I e di Argentina Provana di Collegno) sino al 1644, anno in cui il ‘bastardo’ morì senza discendenza. Ne furono in seguito investiti i Miolans-Spinola (ramo dei Saluzzo, pertanto in qualche modo avvenne un ritorno agli antichi Signori del luogo) ed in ultimo gli Oreglia marchesi di Novello e conti di Castino. Personaggi che rivolsero tutti particolare interesse nei confronti del Santuario di Nostra Signora della Mellea, che, edificato tra fine ‘600 – primo ‘700, iniziò a richiamare ‘gran popolo’ anche da contrade lontane, per i miracoli che vi accadevano. La breve premessa aiuta a meglio contestualizzare quello che da molti è considerato un piccolo scrigno delle meraviglie che Farigliano conserva; una cappella campestre che sorge in mezzo alle vigne di Langa, ubicata in alto rispetto al centro abitato. La chiesa, dedicata a San Nicola da Bari, racchiude al suo interno una singolare pagina figurativa popolare tardo-gotica. Nell’abside sono dipinte figure di Santi, Angeli e decorazioni che spiccano per carattere e acceso cromatismo, oltre che per il fascino insieme accattivante ed ingenuo. La Cappella di San Nicola: connotazioni architettoniche. “Nell’età romanica la regione del Cuneese si muove dentro una situazione che tocca le strade della civiltà europea, con una presa di posizione precisa che si manterrà coerente per tutto il Medioevo, legata in modo inscindibile a una società di tipo rurale. In quella lunga cronologia, i momenti chiave che si possono isolare per il proseguimento figurativo appaiono contrassegnati da un linguaggio autentico per risolvere ogni espressione non come esperienza riflessa, ma come un operare diretto, dentro la realtà sociale di quella regione. Di qui il grado di enorme concretezza che emerge come essenziale filo conduttore, per ricondurre ad una attenzione realistica. Fin dal primo tempo, dal sec. XI, ad evidenza l’architettura assolve richieste che rispondono a fatti della religione, sempre in rapporto ad un modo di vita rurale; si costruisce magari accettando modelli suggeriti da prototipi padani, o da altri liguri o francesi, e poi piegandoli, da una concezione trascendente a un dialogo concreto e immutabile, tra le pietre e la loro funzione essenziale, per i contadini e la gente” La Cappella dedicata a San Nicola di Bari sorge nella omonima frazione del Comune di Farigliano: isolata, di forme ridottissime, è inserita in un contesto agricolo caratterizzato da prati, vigne e casolari sparsi, in una porzione di Langa sovrastante il centro storico del paese. Allo stato attuale delle ricerche, escluse eventuali fonti archivistiche relative (purtroppo assenti), valutate le frammentarie indicazioni fornite da Rino Viotto nel volume ‘Farigliano e la Langa del Tanaro’ , all’indomani di un restauro che ha consentito un confronto ed una analisi diretta della fonte materiale, la ‘storia’ dell’edificio può emergere da una lettura che, nonostante alcune riserve, cerca di incasellare il succedersi dei diversi momenti costruttivi. La cappella campestre presenta fasi costruttive differenti (forse è meglio precisare che l’edificio ha subito nel corso del tempo svariati rimaneggiamenti), individuate e discusse durante il recente restauro, che è stato condotto su progetto del Prof. Cesare Renzo Romeo. La prima fase, più antica, è chiaramente circoscrivibile all’abside; i due prospetti laterali a questo addossati -in una conduzione strutturale per certi versi simile ma non continuativa- sembrerebbero invece risalire ad un periodo successivo, di non facile datazione. Infine gli interventi più recenti sono attestabili all’intero avanportico e al muro di facciata del sottoportico (caratterizzato dalla porta di ingresso, da due finestre laterali, da un oculo posto sopra il vano d’accesso). Nella parte absidale più antica si rileva l’abbondante uso di pietra locale (pietra di Langa e conci del Tanaro, rari frammenti di recupero) legata con malta, disposta prevalentemente ad andamento orizzontale; pietra locale e sporadici frammenti di mattone caratterizzano la parte mediana. Le strutture dell’avanportico sono invece costruite con una quantità rilevante di mattoni e più rara è la presenza di pietre (il legante è sempre la malta); le strutture si presentano in parte intonacate. Alcuni saggi archeologici e la presenza degli elementi in precedenza elencati (che si vengono in qualche modo a rapportare con l’abside antica in una soluzione di equilibrio comparato) conducono a supporre una Cappella originaria di ampiezza equivalente all’attuale vano interno, forse aperta in facciata mediante un arcone (poi tamponato). Per la Cappella originaria, caratterizzata da un cornicione aggettante di coronamento (subito sotto lo spiovente del tetto in coppi) a doppia fila di conci nella parte absidale, da due finestrelle a feritoia simmetriche (tornate leggibili con il recente restauro) inserite nella zona absidale, dalla particolare disposizione di pietra e malta, si può avanzare una datazione compresa tra il XII e il XIII sec. Ad una analisi formale la parte absidale rivela un lessico più definito e più colto rispetto ai due prospetti laterali esterni dove invece sembra estrinsecarsi un tipo di tettonica muraria più rozzo. Questa discrepanza aiuta a collocare la costruzione di queste due pareti (probabile ri-costruzione) in tempi successivi. L’aggiunta del portico aperto e la chiusura a cella della Cappella (quasi certamente in origine portico chiuso su tre lati, coperto da un tetto a capriata) dovrebbe avvenire –in almeno due fasi- durante il XIX° secolo, quando l’edificio assume l’attuale connotazione d’insieme (viene ripresa, molto probabilmente, una soluzione già adottata fin dal XVII-XVIII sec. in cui precise disposizioni di culto e la venerazione delle icone prevedevano per le cappelle di questo tipo un avanportico in cui si raccoglievano i fedeli). Gli interventi ottocenteschi sembrerebbero comunque una ridefinizione su preesistenze. La data 1891 -chiaramente leggibile in basso a sinistra ponendosi di fronte alla facciata interna del sottoportico- indica uno dei momenti di ricostruzione volutamente fissato. Internamente la cappella si presenta ad aula unica absidata: un altare costruito in mattoni e stucco (coevo all’aggiunta dell’avanportico e che reca la data 1881) è addossato al catino absidale, zona interamente ricoperta da decorazioni ad affresco. Le altre pareti sono intonacate, il pavimento è in cotto come nella zona del sottoportico. Il piccolo ‘campanile’ a forma di comignolo che svetta sul tetto è una aggiunta tarda, riferibile al XX° secolo. Note. -La qualificazione ‘romanica’ del nucleo originario della Cappella di San Nicola, nonostante l’assenza di documentazione storica, si basa sulla tipologia strutturale dell’edificio e trova puntuale corrispondenza in zona con numerosi esempi noti: a Piozzo, Lesegno, Carrù, Mombasiglio, ecc. sino al San Sebastiano di Bergolo in alta Langa. Rino Viotto nel volume Farigliano e la sua Langa suggerisce che “si potrebbe anche propendere che l’attuale chiesa di San Nicolao, la cui costruzione risale verso il 1460, fosse stata ricostruita su di un’altra edificata in epoca romana. Nell’abside della cappella, all’esterno, infatti, sono visibili ancora dei frammenti e blocchi di marmo, con ciottoli di pietra tufacea, che ci fanno presumere una costruzione precedente ed in prevalenza romana. Un dato preciso ed inconfutabile lo rileviamo dai documenti che esamineremo. Negli strumenti di vendita di parecchi possedimenti di Farigliano, portanti la data del 973 e del 1020, troviamo citate le cappelle vendute rispettivamente a prete Leonardo ed a prete Stefano. Ciò ci induce a pensare che il Cristianesimo fosse già conosciuto sin da quei tempi remoti se teniamo presente l’oggetto della vendita e lo status degli acquirenti” La data 1460 riferita da Rino Viotto può essere relativamente plausibile e sostenibile per quanto riguarda gli affreschi, che in effetti si possono collocare all’incirca intorno a quegli anni, o immediatamente successivi. La data, sulla quale Viotto non ha comunque avanzato alcuna indicazione relativa alle fonti, non è invece accettabile per la parte absidale della costruzione, chiaramente più antica e di impostazione ‘romanica’, come precisato precedentemente. Viotto ci parla anche della presenza intorno al 1000 di cappelle e di preti in Farigliano: egli riprende questa notizia da F. Gabotto e dall’Historia Patriae Monumenta, . Dall’informazione, che, va precisato, rientra in un quadro di affermazione cristiana chiaramente presente e documentata per quegli anni in zona, emerge anche la presenza di capellis, cioè di edifici religiosi, che potrebbero – o meno- comprendere la cappella in oggetto. -La Cappella è individuabile nella mappa catastale del Comune di Farigliano al foglio 13 del mappale 1054. Nel corso dell’estate-autunno 2002 il Consiglio Comunale ne ha accettato la donazione da parte della famiglia Ballauri-Occelli. Brevi cenni relativi alla devozione di San Nicola. La devozione a San Nicola si diffonde nelle varie regioni d’Italia in seguito all’arrivo a Bari delle reliquie del Santo. Ciò avviene nel 1087 quando 62 marinai guidati da alcuni sacerdoti si recano a Myra in Turchia dove, da un pozzo pieno di uno stranissimo liquido (che sarà poi definito ‘Manna’) prelevano parte delle ossa del Santo (le stesse, contemporaneamente, sono ambita preda anche dei veneziani, ma i baresi giungono per primi). A Bari la reliquia è temporaneamente conservata nella Chiesa di Santo Stefano mentre viene innalzata la Basilica dedicata a San Nicola, dove ancor oggi è meta di una intensa devozione (la Basilica sorge sull’ area del Catapano, sede del governatore bizantino del Thema di Longobardia). Nicola era vissuto all’incirca tra il 270 e il 352 d. C.: fu un ecclesiastico originario della Licia (in Asia Minore) divenuto Vescovo di Myra e imprigionato sotto l’imperatore Diocleziano. La Basilica di San Nicola a Bari è stata in passato meta di pellegrini cristiani che attraversavano la Puglia (percorrendo la via Francigena e la via sacra longobardorum) per portarsi da Oriente verso Roma e verso Santiago di Compostela; o viceversa per raggiungere Costantinopoli e la Terra Santa. Bari dunque è stato un nodo cruciale per i collegamenti tra Oriente e Occidente, tra la Chiesa Ortodossa e la Chiesa Cristiana. Fulcro quindi di quel ‘movimento’ di pellegrini e guerrieri che poi fu definito ‘crociata’, termine che si iniziò ad usare solo verso il ‘200-‘300, che, in realtà veniva indicato con iter, auxilium, succursum,o passagium. Per questa vocazione ‘nodale’ di Bari, la figura carismatica di San Nicola, che virtualmente unisce i due mondi, quello d’Oriente e quello d’Occidente, bene si presta a caricarsi di forti e pregnanti significati. Numerose sono poi le leggende relative al Santo, tutte legate alla facoltà di Nicola di Myra di produrre abbondanza. Una di queste racconta di tre ragazze poverissime che, costrette alla prostituzione, furono salvate dal Santo che donò loro tre sacchi di monete d’oro. Si narra inoltre che il Vescovo Nicola, già circondato da grande ammirazione in vita, fosse solito regalare cibo e vestiti ai poveri. Di qui ha origine la leggenda di Santa Claus diffusa in tutta Europa, soprattutto al nord (la leggenda sembra nascere dalla accennata Manna che si produrrebbe dalle ossa del Santo e che nell’immaginario collettivo lega la figura di Nicola ai ‘doni’). San Nicola ebbe pertanto crescente e larga fortuna ed il suo ‘nome’ si diffuse un po’ ovunque. Non ci si deve stupire quindi se anche a Farigliano, in terra di Langa, si radicò fin dal medioevo il suo culto, anche se sarebbero da verificare eventuali-precisi riferimenti, che possono condurre in varie direzioni (la via Francigena, i pellegrinaggi, i rapporti con la Liguria, famiglie, personaggi, prelati, ed altri ancor più allargati riferimenti potrebbero divenire, tutti, spunto e oggetto di indagine). A Bardineto, nella vicina provincia di Savona, esiste una Cappella dedicata al Santo che conserva al suo interno un interessante polittico ad affresco del XV° sec. dove il Vescovo di Myra, in trono, è circondato da quattro Santi. Proprio in area ligure, soprattutto, si riscontra una fitta concentrazione di luoghi dedicati a San Nicola. Qui è anche invocato come protettore dei naviganti e gli sono dedicate le Chiese Parrocchiali di Albisola Superiore, di Calice Ligure e di Pietra Ligure, oltre ad essere raffigurato in numerosi dipinti e sculture conservati in varie Cappelle. Gli affreschi della Cappella di San Nicola. Una loro lettura. “L’insieme delle cappelle affrescate nel monregalese e nelle valli alpine verso la Liguria si è presentato alle moderne indagini critiche come un campione – tipo, importante per essere la zona un passaggio normativo verso la Savoia e la Francia. Recenti ritrovamenti e analisi capillari hanno messo in risalto come gli affreschi vi fossero disseminati lungo un fitto reticolato, che era quello delle vie di comunicazione fra le valli del Piemonte e della Liguria; segnavano veri e propri nodi di incontri, di sosta per una società di contadini, una collettività rurale, in una situazione di economia periferica. Non a caso quella pittura riprendeva, a distanza di anni, il modo espressivo in atto nell’architettura delle cappelle romaniche. L’indagine ha portato ad isolare una serie di personalità, da Frater Enricus al Mazzucco, dal Baleison al Canavesio ai Biasiaci, da Antonio Monregalese a Gabriele della Cella e Pietro Guido. Come è stato notato di recente, è venuta a cadere ogni definizione di scuola piemontese, mentre è riuscita tanto più illuminante ogni attenzione all’apertura di confini che era subentrata nel ducato di Amedeo VIII, così aperto e diramato per interessi di cultura. In questo clima di corte, come messo in risalto apertamente nell’indagine incentrata su Jaquerio e il realismo gotico, c’era posto per la parte popolare, proprio in opposizione all’arte dei castelli ducali; oltre quelle mura l’area di pittura piemontese-ligure-nizzarda nasceva da uno stretto rapporto di vita e di comunità tra artisti e popolazione rurale e si configurava come parlata regionale.” Gli affreschi che ornano l’abside della Cappella di San Nicola a Farigliano, sviluppandosi inoltre nei risvolti dell’arco trionfale, rappresentano una interessante pagina di cultura figurativa in area monregalese: in assenza di documentazione ma per chiare rispondenze tecnico-stilistiche e per analogie con altri affreschi della zona (e oltre) queste pitture a fresco sono databili alla seconda metà del XV° secolo. Poniamoci di fronte alla parete affrescata e leggiamola. Nella zona superiore del catino absidale è inserito centralmente un Cristo Pantocratore (in mandorla) benedicente, che mostra un libro aperto con la scritta ego sum lux ed il riferimento al principio ed alla fine dell’uomo e delle cose (Α e Ω). Intorno al Cristo seduto, vestito di una tunica bianca e avvolto in un manto rosso, appaiono sei teste di cherubini alati disposte simmetricamente. Esternamente alla cornice a mandorla che racchiude il Salvatore appaiono i quattro simboli degli Evangelisti: a destra dello spettatore in alto appare l’Angelo che richiama Matteo, in basso il bue alato che ricorda Luca; a sinistra di chi guarda è raffigurata superiormente l’aquila di San Giovanni ed inferiormente il leone alato di San Marco. I simboli Evangelici dipinti nella zona superiore emergono da uno sfondo uniforme rosso porpora, mentre il bue ed il leone –collocati inferiormente- sono accovacciati su spessi volumi che poggiano su un prato in cui alcuni fiori ed erbe appaiono chiaramente definiti. Nell’insieme emerge un acceso cromatismo in cui prevalgono i colori rosso, giallo, bianco e verde scuro, ancora ben conservati, nonostante le molte cadute, alcune pesanti ridipinture e gli svariati danneggiamenti. Collocata centralmente, inferiormente al Cristo, appare la figura di San Nicola, a cui è dedicata la cappella, definito all’interno di una sorta di nicchia dipinta. Il Vescovo di Myra, in piedi e benedicente è presentato solennemente con gli attributi episcopali della mitra e del pastorale, vestito di un paramento rosso porpora. Alla destra ed alla sinistra di San Nicola sono dipinte alcune figure di Santi, che, raffigurati in piedi, gli fanno corona. Nel grande riquadro accanto a San Nicola (a destra dell’osservatore) è dipinto San Sebastiano, legato ad un alberello fronzuto con sullo sfondo un ricco tessuto a fondo giallo damascato a ramages rossi. Il giovane Santo, biondo, solo vestito con un perizoma, trafitto da numerose frecce e sanguinante, nonostante il dolore e l’approssimarsi della morte è colto in un atteggiamento serafico ed accenna al sorriso. Nello sfondo della scena appare un’apertura a finestra, mentre in primo piano –in basso a sinistra- il carnefice con l’arco è colto nell’atto di scagliare una freccia. Proseguendo, in un secondo riquadro sono raffigurati altri tre Santi personaggi. Da sinistra verso destra, il primo, vestito in abiti quattrocenteschi, è Teobaldo Roggeri, il secondo un Santo Domenicano, il terzo San Michele Arcangelo. Il culto di Teobaldo da Vicoforte (1100-1150), protettore dei calzolai e dei facchini, ha largo sviluppo in seguito al rinvenimento delle sue spoglie, che avviene ad Alba nel 1429 da parte del Vescovo Alerino. I resti di Teobaldo vengono trasferiti nel duomo albese ed iniziano ad essere venerati. Nella raffigurazione della cappella di San Nicola, Teobaldo appare senza l’aureola, che contraddistingue invece gli altri Santi: ciò perché il suo culto, nonostante diffuso e sentito al tempo della realizzazione degli affreschi, non era ancora ufficialmente decretato (questo avverrà con Gregorio XVI solo nel 1841). Il Santo, rivolto verso San Nicola, presenta sul palmo della mano una chiesa a tre navate con campanile: è una raffigurazione del tutto simile a quella riscontrabile a Saluzzo in un affresco –all’incirca coevo- esterno alla Chiesa di San Giovanni, dove Teobaldo insieme a San Domenico rende omaggio alla Vergine col bimbo (qui non sembra recare l’aureola raggiata, particolare che potrebbe fornire ulteriori indicazioni per la datazione degli affreschi). Ai piedi di Teobaldo, in ginocchio, presumibilmente avvolta e legata in un sudario funebre, appare una piccola figurina di uomo orante, mancante completamente del volto (che sembrerebbe spicconato). Forse la committenza degli affreschi è da attribuire a questa curiosa figurina dipinta che, chissà, poteva chiamarsi Teobaldo. Si potrebbe spiegare così la sua non certo casuale presenza a testimonianza di un voto espresso e realizzato dai suoi famigliari post mortem (anche se lo ‘spicconamento’ del volto potrebbe condurre a formulare ipotesi non troppo edificanti relative alla sua vita terrena…) Lo stesso drappo damascato giallo a ramages rossi del precedente riquadro di San Sebastiano è teso dietro i tre Santi inseriti all’interno della cornice dipinta. Vestito di bianco con mantello nero il Santo Domenicano che mostra una piccola immagine del Salvatore su di un libro in cui si legge l’avvertimento ‘timete…’ è una raffigurazione di San Vincenzo Ferrer (1350-1419). Questa di Farigliano è una immagine precoce, meglio dire aggiornata del Santo, proclamato tale da Papa Callisto III nel 1458: gli affreschi sono di poco successivi. In vita, nelle sue celebri prediche, Vincenzo Ferrer tuonava terribili annunci di castighi per i peccatori: quel timete… vuole ricordarlo, mentre nella scritta che appare sopra la testa (scrittura gotica corsiva semplice) quel ‘de ordine predicatorum’ ribadisce la sua appartenenza ai Domenicani, celebri predicatori. In ultimo l’Arcangelo Michele è presentato nella consueta iconografia provvisto di bilancia per pesare le anime. Una tra le più belle raffigurazioni di San Michele coeva alla nostra si trova nella Cappella di San Maurizio a Castelnuovo di Ceva ; l’andamento ad onde del gonnellino che ricopre l’armatura dell’Arcangelo è simile in entrambe le immagini. Gli affreschi nei due riquadri a fianco di San Nicola (a sinistra di chi osserva) presentano, allo stato attuale, gravi cadute di colore ed insieme rinzaffi, che ne compromettono alquanto la lettura (questa zona di affreschi è, tra tutte, la più compromessa). Nel primo si distinguono comunque tre personaggi astanti tra cui San Giovanni Battista (quello vicino a S. Nicola, riconoscibile per le gambe nude, le pelli dell’abito, l’accenno di cartiglio) accompagnato da due figure femminili, una delle quali è identificabile in Santa Lucia, poiché sovrastata da una scritta che specifica il nome. L’altro personaggio resta comunque sconosciuto. Una rara documentazione offerta da una vecchia foto che presenta l’intera parete affrescata (immagine b.n. di primo ‘900) attesta una conservazione dell’insieme nettamente migliore se rapportata all’attuale, e testimonia come queste figure fossero meglio leggibili. La non buona definizione dell’immagine b.n. non consente, purtroppo, una più approfondita analisi degli affreschi a quella data, pertanto l’identificazione iconografica della santa, oggi praticamente cancellata, resta anonima. Nel secondo riquadro (sempre a sinistra di chi guarda) altri due Santi emergono larvatamente: è ripetuto San Giovanni Battista, riconoscibile per il frammento di cartiglio ‘ecce Agnus Dei’, mentre la seconda figura, di cui si scorgono i piedi, non è affatto distinguibile. La ripetizione di San Giovanni Battista potrebbe essere allusiva e sottolineare la dedicazione della Chiesa Parrocchiale di Farigliano; e rappresentare quindi un riferimento in qualche modo collegato al principale luogo di culto nel paese. Non è comunque inusuale la ripetizione della stessa figura di Santo all’interno di un ciclo di affreschi gotici (infatti si possono riscontrare numerosi esempi analoghi). Il drappo damascato giallo a ramages rossi che fa da sfondo alla precedente zona di affreschi si ripete anche qui, seppure appena riconoscibile per l’avanzato stato di degrado e le abbondanti cadute di colore. Nei risvolti dell’arco trionfale troviamo infine due figure di Santi: a destra dell’osservatore un Santo guerriero, mentre a sinistra è riconoscibile, da quel che resta del saio, un Santo francescano. Potrebbero di primo acchito essere identificati in San Giorgio e in San Francesco, ma ci sono numerosi altri Santi guerrieri (San Costantino, San Fiorenzo, San Maurizio, ecc. che si adattano ad una simile iconografia, anche perché S. Giorgio è in genere raffigurato col drago, qui assente); come un francescano quale San Bernardino calzerebbe perfettamente…Sono comunque figure che sembrano quasi poste a guardia dell’intera rappresentazione, simbolico e dualistico riferimento alla guerra ed alla pace che in epoca tardo-medievale erano sostegno della Chiesa trionfante. Nell’arco, sopra il Santo francescano e il Santo guerriero, si dispiegano motivi vegetali a ramages, che includono due figurine simmetriche di angeli in ginocchio, per poi proseguire ed incontrarsi alla sommità. Inferiormente agli affreschi descritti, nonostante non ne resti praticamente traccia, era dipinto un velario, qualcosa di analogo a quello tuttora conservato nella chiesa di San Bernardo a Piozzo che, vedremo di seguito, presenta analogie con San Nicola. Gli affreschi di San Nicola rappresentano un tassello di quella complessa cultura pur sempre legata (nonostante la distanza geografica) al Marchesato di Saluzzo, di cui Farigliano era feudo nel XV secolo. Alcune testimonianze all’incirca coeve agli affreschi, e penso soprattutto alla ricchezza compositiva della finestra in cotto di via Principe Amedeo (per la prima volta segnalata nel fondamentale testo di Andreina Griseri ‘Itinerario di una Provincia’, foto 114), raccontano di un luogo in qualche modo informato ed aggiornato, inserito in un contesto di scambi e dialoghi. In quegli anni ed in quelli immediatamente precedenti, il borgo era dominato da un Castello munito, in cui membri della stessa famiglia marchionale di Saluzzo erano soliti soggiornare (a volte visti con ostilità da parte degli abitanti come nel caso di Manfredo, figlio di Manfredo IV e di Isabella Doria, da alcuni soprannominato flagello di Dio e figlio del demonio). Questi riferimenti non sono da sottovalutare perché conducono comunque a valutare presenze, soste, passaggi, apporti, interferenze, comunicazioni dunque, da intendere come stimolo alle più svariate committenze. Di lì a poco la fabbrica della Chiesa Parrocchiale di San Giovanni di cui si conserva il prezioso ciborio marmoreo o il camino monumentale dell’attuale casa Viotto condurranno a Farigliano maestranze qualificate e raffinate, aggiornate al gusto più esclusivo delle varie Corti rinascimentali. Gli affreschi di San Nicola sono una chiara espressione popolare riferibile all’incirca alla seconda metà del XV° secolo. Ma espressione popolare, intendiamoci, non significa qualcosa di inferiore, di meno bello rispetto a prodotti destinati ad una élite: significa invece sovente qualcosa di diretta, facile, comprensione. Qualcosa scaturito da pensieri e da mani che intendevano raccontare con semplicità e schiettezza una storia (qui religiosa). Ne veniva fuori una sorta di cifra, un modo che esprimeva, come in questo caso, la storia di Santi, del Cristo, degli Evangelisti, del Vescovo Nicola su cui si poteva favoleggiare e che costituiva inoltre un insegnamento ed un chiaro esempio di virtù. Il linguaggio figurativo del ‘400 in territorio piemontese-ligure-nizzardo (ed oltre) era sovente espresso con deciso accento popolare: numerosi sono i cicli di affreschi rimasti che ci parlano attraverso il segno forte, l’acceso cromatismo, la tenerezza di certe espressione contrapposta alla crudeltà o alla truculenza di altre. Sono a volte cicli di affreschi molto complessi, in cui si distinguono varie personalità pittoriche (basti pensare a quelli conservati nella non lontana chiesa di San Fiorenzo di Bastia, davvero sorprendenti); più spesso pagine contenute, come in questo caso, dove, una piccola abside di una sperduta cappella in mezzo alle vigne, concentra quanto più è possibile raccontare…E non erano che spunti di racconti, indicazioni e stimolo di preghiera o meditazione indirizzati agli abitanti della zona ma anche ai viandanti, ai soldati… La Cappella di San Nicola era chiesa ma anche sosta, un ricovero, all’occasione una stalla, e la sequenza di figure dipinte con toni squillanti faceva stupire, sgranare gli occhi ingenui di bimbi, villici e viandanti. A volte qualcuno più informato, poteva essere un prete, un frate, un signore, guardando le figure ne interpretava e raccontava la storia, tesseva un fitto intreccio di cronaca e leggenda in cui si combinavano luoghi favolosi e lontanissimi, draghi, miracoli, castighi divini e apparizioni. Ed erano i particolari più truculenti…od angelici a destare la curiosità di chi si raccoglieva nella chiesa per pregare, raccontare, ascoltare. Rino Viotto descrivendo questi affreschi avanza il nome di Macrino d’Alba…ma…’l’attribuzione’ è molto lontana da una possibile realtà, da ricercare in ambienti meno colti ed informati, non per questo meno pregevoli. Anzi è proprio quella sottile ironia, quella fresca ingenuità da fumetto colorato ante litteram a stupire ed attrarre. Ad incantare. Certi particolari compositivi, l’uso di una tavolozza simile ed altre strette analogie portano in un luogo non discosto da Farigliano, nella prospiciente e piozzese (al di là del Tanaro) cappella di San Bernardo, dove sembrerebbe riscontrarsi la stessa mano, un uguale segno. A Piozzo è documentata la presenza di ‘Frater Henricus MCCCCLI’ che firma e data una sequenza pittorica più estesa e complessa rispetto agli affreschi di San Nicola, ma di simile qualità. E’ soprattutto nel Cristo in mandorla, nell’impaginazione generale, negli animali e nell’angelo simboli degli Evangelisti, presenti negli affreschi di Piozzo come a Farigliano, che si riscontrano le analogie più stringenti; anche certe espressioni dei volti sono simili. Manca per gli affreschi di Farigliano una firma, pertanto gli stessi possono essere avvicinati a quelli di Piozzo e accostati al repertorio documentato a Frater Henricus, vicino peraltro ai modi di Giovanni Mazzucco, che firma altri affreschi nel Santo Sepolcro ancora a Piozzo e a cui sono attribuiti numerosi interventi pittorici in zona. L’ambiente, la cultura che ha ispirato gli affreschi in San Nicola è da collocare in questo contesto e si può ulteriormente allargare attraverso confronti ed analogie con altri autori documentati o, soprattutto, con le numerosissime testimonianze figurative anonime del XV° secolo. Dove differenze, preziosità, ingenuità, sovente certi modi arcaici indirizzano ad orientarsi verso una personalità piuttosto che un’altra, ad accostare ad un autore documentato opere che non hanno una paternità (e che sono le più numerose); ma i problemi delle attribuzione sovente possono divenire forvianti e spesso riservare sorprese e contraddizioni. In affreschi come quelli di San Nicola, come in molti altri che documentano –in zona ed oltre- una intensa stagione pittorica tra autunno del Medioevo e albori del Rinascimento, è forse opportuno tralasciare (non trascurare, certo) certi problemi attributivi ed indirizzarsi a cogliere, ad avvertire quel sottile filo conduttore, quella emozione affiorante, quell’ incanto freschissimo e vivo che sanno trasmettere…Perché questo è il loro segreto, questo il messaggio che ancora oggi continuano a suggerire. Graffiti e scritte sugli affreschi. Una tela. Destano particolare curiosità le molte scritte ed i graffiti che si riscontrano, intrecciati e sovrapposti, nella parte inferiore degli affreschi, ad altezza di persona: compaiono nomi –Piero, Francesco…-, invocazioni –infer-, date, croci, disegni geometrici, scarabocchi, un animaletto stilizzato, numerosi stemmi…Tra le date (ad esempio molto chiaro il 1660 e il 1721) una sembra leggersi 1470. Se così fosse avremmo un termine ante quem per la datazione degli affreschi (questa data si trova nella zona a sinistra di chi guarda). Molti stemmi sono scudi crociati, alcuni capovolti (in segno forse di spregio?), comunque chiaramente allusivi all’arma sabauda. Insieme ad una sequenza di crocette, potrebbero forse essere indicativi di alcuni giorni di prigionia trascorsi nella chiesa, opera di qualcuno recluso in questo luogo. Come molti segni incisi potrebbero essere stati lasciati da pellegrini o viandanti. In fase di restauro una più approfondita analisi di questi interessanti ‘segni’ potrebbe condurre a rivelazioni singolari relative alla storia della Cappella di San Nicola e, più in generale, del paese. Nella Cappella –parete entrando a destra- è conservato un olio su tela in pessimo stato di conservazione che raffigura l’Immacolata Concezione: il dipinto è riferibile al XVII° secolo. CAPPELLA DI SAN NICOLA FARIGLIANO Bibliografia essenziale *Per un inquadramento generale, sempre attuale: M. Bloch, La società feudale, Torino 1974. Inoltre fondamentali: A.A.V.V., Giacomo Jaquerio e il gotico internazionale (a cura di E. Castelnuovo e G. Romano), catalogo della mostra, Torino 1979; A.A.V.V. (a cura di G. Romano), Primitivi Piemontesi nei Musei di Torino, ediz. CRT, Torino 1996. In particolare la parte di Elena Rossetti Brezzi Tra Piemonte e Liguria, pagg. 16-38. *Per San Nicola, Frater Henricus ed il territorio cuneese: -G. Raineri, Antichi affreschi del Monregalese, ediz. Rotary Club di Mondovì, Cuneo 1965, pag. 55 -R.Viotto, Farigliano e la Langa del Tanaro (storia e leggenda), Torino 1960. -A. Griseri, G. Raineri, San Fiorenzo in Bastia Mondovì, ediz. Comune di Bastia, Cuneo 1975 -G. Raineri, Antonio da Monteregale, Santa Croce, S. Bernardo delle Forche, Trinità 1976 -N. Carboneri, Antologia Artistica del Monregalese, ediz. Istituto Bancario San Paolo di Torino, Milano 1970. -G.Galante Garrone, Per il San Domenico di Alba: ricerche e restauri, in Ricerche sulla Pittura, 1985. -G. Galante Garrone, S. Lombardini, A. Torre (a cura di) Valli monregalese: arte, società, devozioni, Savigliano 1985. -A. Griseri, Itinerario di una provincia, Cuneo, 1974 -A. Abrate (a cura di), Il Castello di Carrù, ediz. Cassa Rurale e Artigiana di Carrù, Farigliano 1989 -A. Griseri, Jaquerio e il realismo gotico in Piemonte, Torino 1966 -N. Gabrielli, Arte nell’antico marchesato di Saluzzo, ediz. Cassa di Risparmio di Torino, Milano 1973 -M. Perotti, Le storie di San Giovanni a Centallo, in “C.P.G.”, n.2, 1970 Alessandro Abrate Giugno 2005
Created by admin
Last modified 03-12-2005 16:26
 

Powered by Plone

This site conforms to the following standards: