Il Museo della Poesia
IL MUSEO DELLA POESIA
DI GARESSIO
Gian Paolo Canavese, che si definisce un poeta autodidatta, ideò quindici anni fa un Museo della Poesia. Lo stabilì a Garessio (CN). Da allora il Museo si è ingrandito incessantemente, fino a raccogliere testi, scritti a mano o al computer, da ogni parte d’Italia. Le liriche sono catalogate e custodite in raccoglitori appropriati. Il pubblico può leggerle come in qualunque biblioteca. Lo scopo che inizialmente Canavese ed i suoi amici avevano in mente, era di promuovere la poesia sommersa, quella che non sarebbe mai apparsa senza un’iniziativa del genere. Si voleva permettere a ciascuno di esprimere i propri sentimenti senza timore.
Questa singolare iniziativa merita qualche riflessione. Chi sono i “poeti sommersi”? Appartengono al ceto popolare. Sono quelle persone semplici che sentono il bisogno di esprimere un loro stato d’animo e lo fanno con immediatezza. Non sono funzionari di case editrici, né circolano nei corridoi delle facoltà universitarie o dei grandi giornali. In altre parole sono gli “esclusi” dai grandi circuiti culturali, quelle reti bene organizzate che ricevono denaro dalle istituzioni, organizzano premi importanti e s’impongono all’attenzione del pubblico attraverso la stampa.
Enzo Benso, il curatore di una silloge poetica dedicata al piccolo centro di Garessio, si esprime così: sono “liriche fondate sulla genuinità schietta e sincera: la poesia è la loro linfa, il modo d’essere, il desiderio di far sapere (e non è poco)”. E’ nata così, senza averne l’aria, una iniziativa che sarebbe piaciuta ad Antonio Gramsci. Questi poeti minori, che sovente si esprimono con grazia, candore ed esattezza di linguaggio, sono il punto di partenza di una cultura nazionale (perché si esprime in lingua italiana) ed al tempo stesso popolare, quella di cui Gramsci lamentava la mancanza. E’ nota la sua polemica con gli intellettuali italiani, rimproverati di essere totalmente staccati dal sentire (e soprattutto dai bisogni) dei ceti popolari.
Qualche esempio di questa poesia “minore” ci aiuterà a comprendere meglio i termini della questione.
SUL CASTELLO di Dario Chiotti: “Una mano sulla fronte / per nascondersi / dalla luce arancio, / un filo d’erba sulle labbra / per sentire il vento scorrere / e giù tetti e strade, / le tue ginocchia sbucciate / a forza di rincorrere un pallone, / le tuniche da chierichetto / che aspettano i tuoi nipoti, / i vicoli buoni per / non farsi scovare o / per un bacio contro / le porte dell’estate …”.
IMMAGINI DI GARESSIO di Maria Paola Biale: “Boschi verdeggianti / che invitano / al riposo. / Acque cristalline / che dissetano, / rinfrescano, / rallegrano con / il loro / saltellare / scintillante / tra le rocce / vie caratteristiche / dove sprizza / un profumo / di tempi / andati”.
BOSCO di Raffaella Perlasco: “Incantevole silenzio / fatto di bisbigli di vento / tra le foglie. / Frutti maturi, invitanti / uccellini che cinguettano allegri. / Raggi di luce tra le fronde / degli alberi e macchie di azzurro, / di cielo sereno”.
RUSCELLO CANTERINO di Agostina Pizzo: “Ruscello che scorri canterino, / in questa valle / di giovani montagne. / Rassereni l’animo mio / In questa fresca mattina / di primavera”.
ASCOLTA di Claudia Quargnul: “Ascolta: la voce del vento / ti chiama. / Solleva a folate / le polveri delle illusioni / passate, / sussurra, la voce del vento / lontana. / E intanto ti culla, / in questo tuo viaggio impotente / nel nulla”.
Spiace di non poter citare altri testi, che sprigionano tutti un’aura d’incanto, un nitore formale, l’evocazione di un mondo quasi fatato eppure esistente realmente in una parte d’Italia. Il lettore avrà notato l’andamento ellittico e la rarità degli aggettivi qualificativi nei testi che precedono: non ce n’è bisogno. Non si tratta di definire, ma di aderire ad un ambiente che viene sentito “amico”. Il mondo qui descritto è un microcosmo di cose familiari, di azioni tranquille e di sentimenti rassicuranti. E’ un mondo, con qualche rarissima eccezione, di serenità. A volte questi testi sembrano avvicinarsi all’essenzialità di certe poesie Zen. La gente che abita nella zona è sorridente. Il pianeta delle guerre tecnologiche, dei kamikaze, della distruzione delle foreste e della fame di massa qui non esiste. Si ferma alle porte di Garessio, cioè alle soglie della percezione diretta degli scriventi.
Come non ricordare lo scritto di Libero Bigiaretti, pubblicato sul n° 6 di “Civiltà delle Macchine” (1963) come contributo al dibattito allora in corso su “Letteratura e Industria”? Diceva Bigiaretti: “Impersonale, nonostante la qualificazione e la capacità tecnica di base, è diventata anche la prestazione operaia, in particolare dell’operaio della grande industria: lavoro parcellare, di minima specializzazione, lavoro automatico. Né occorre qui ripetere osservazioni già fatte e scontate sulla spersonalizzazione, la monotonia del lavoro operaio, che neppure la riduzione delle ore lavorative vale a mitigare, né tanto meno lo possono altri correttivi, tra cui quelli offerti dalla organizzazione del tempo libero”. La grande industria si concentra nelle metropoli, cancella la natura e genera indifferenza, estraneità, timore.
L’esistenza di questo Museo della Poesia attualizza quindi il contrasto tra diverse categorie di opposti: poeta accademico / poeta ingenuo; fama, celebrità / anonimato; natura / industria; ambiente sfavorevole / favorevole alla formazione dell’ansia (e del senso della vita). Passeranno mai questi poeti naïf nelle antologie scolastiche? Potranno diventare un esempio? Chi decide attualmente quale poeta è meritevole di essere studiato sui banchi di scuola o pubblicato, o di ricevere un premio importante?
Per le implicazioni che suscita, questo importante argomento merita di essere sviluppato in futuro.
Luciano Jolly
DI GARESSIO
Gian Paolo Canavese, che si definisce un poeta autodidatta, ideò quindici anni fa un Museo della Poesia. Lo stabilì a Garessio (CN). Da allora il Museo si è ingrandito incessantemente, fino a raccogliere testi, scritti a mano o al computer, da ogni parte d’Italia. Le liriche sono catalogate e custodite in raccoglitori appropriati. Il pubblico può leggerle come in qualunque biblioteca. Lo scopo che inizialmente Canavese ed i suoi amici avevano in mente, era di promuovere la poesia sommersa, quella che non sarebbe mai apparsa senza un’iniziativa del genere. Si voleva permettere a ciascuno di esprimere i propri sentimenti senza timore.
Questa singolare iniziativa merita qualche riflessione. Chi sono i “poeti sommersi”? Appartengono al ceto popolare. Sono quelle persone semplici che sentono il bisogno di esprimere un loro stato d’animo e lo fanno con immediatezza. Non sono funzionari di case editrici, né circolano nei corridoi delle facoltà universitarie o dei grandi giornali. In altre parole sono gli “esclusi” dai grandi circuiti culturali, quelle reti bene organizzate che ricevono denaro dalle istituzioni, organizzano premi importanti e s’impongono all’attenzione del pubblico attraverso la stampa.
Enzo Benso, il curatore di una silloge poetica dedicata al piccolo centro di Garessio, si esprime così: sono “liriche fondate sulla genuinità schietta e sincera: la poesia è la loro linfa, il modo d’essere, il desiderio di far sapere (e non è poco)”. E’ nata così, senza averne l’aria, una iniziativa che sarebbe piaciuta ad Antonio Gramsci. Questi poeti minori, che sovente si esprimono con grazia, candore ed esattezza di linguaggio, sono il punto di partenza di una cultura nazionale (perché si esprime in lingua italiana) ed al tempo stesso popolare, quella di cui Gramsci lamentava la mancanza. E’ nota la sua polemica con gli intellettuali italiani, rimproverati di essere totalmente staccati dal sentire (e soprattutto dai bisogni) dei ceti popolari.
Qualche esempio di questa poesia “minore” ci aiuterà a comprendere meglio i termini della questione.
SUL CASTELLO di Dario Chiotti: “Una mano sulla fronte / per nascondersi / dalla luce arancio, / un filo d’erba sulle labbra / per sentire il vento scorrere / e giù tetti e strade, / le tue ginocchia sbucciate / a forza di rincorrere un pallone, / le tuniche da chierichetto / che aspettano i tuoi nipoti, / i vicoli buoni per / non farsi scovare o / per un bacio contro / le porte dell’estate …”.
IMMAGINI DI GARESSIO di Maria Paola Biale: “Boschi verdeggianti / che invitano / al riposo. / Acque cristalline / che dissetano, / rinfrescano, / rallegrano con / il loro / saltellare / scintillante / tra le rocce / vie caratteristiche / dove sprizza / un profumo / di tempi / andati”.
BOSCO di Raffaella Perlasco: “Incantevole silenzio / fatto di bisbigli di vento / tra le foglie. / Frutti maturi, invitanti / uccellini che cinguettano allegri. / Raggi di luce tra le fronde / degli alberi e macchie di azzurro, / di cielo sereno”.
RUSCELLO CANTERINO di Agostina Pizzo: “Ruscello che scorri canterino, / in questa valle / di giovani montagne. / Rassereni l’animo mio / In questa fresca mattina / di primavera”.
ASCOLTA di Claudia Quargnul: “Ascolta: la voce del vento / ti chiama. / Solleva a folate / le polveri delle illusioni / passate, / sussurra, la voce del vento / lontana. / E intanto ti culla, / in questo tuo viaggio impotente / nel nulla”.
Spiace di non poter citare altri testi, che sprigionano tutti un’aura d’incanto, un nitore formale, l’evocazione di un mondo quasi fatato eppure esistente realmente in una parte d’Italia. Il lettore avrà notato l’andamento ellittico e la rarità degli aggettivi qualificativi nei testi che precedono: non ce n’è bisogno. Non si tratta di definire, ma di aderire ad un ambiente che viene sentito “amico”. Il mondo qui descritto è un microcosmo di cose familiari, di azioni tranquille e di sentimenti rassicuranti. E’ un mondo, con qualche rarissima eccezione, di serenità. A volte questi testi sembrano avvicinarsi all’essenzialità di certe poesie Zen. La gente che abita nella zona è sorridente. Il pianeta delle guerre tecnologiche, dei kamikaze, della distruzione delle foreste e della fame di massa qui non esiste. Si ferma alle porte di Garessio, cioè alle soglie della percezione diretta degli scriventi.
Come non ricordare lo scritto di Libero Bigiaretti, pubblicato sul n° 6 di “Civiltà delle Macchine” (1963) come contributo al dibattito allora in corso su “Letteratura e Industria”? Diceva Bigiaretti: “Impersonale, nonostante la qualificazione e la capacità tecnica di base, è diventata anche la prestazione operaia, in particolare dell’operaio della grande industria: lavoro parcellare, di minima specializzazione, lavoro automatico. Né occorre qui ripetere osservazioni già fatte e scontate sulla spersonalizzazione, la monotonia del lavoro operaio, che neppure la riduzione delle ore lavorative vale a mitigare, né tanto meno lo possono altri correttivi, tra cui quelli offerti dalla organizzazione del tempo libero”. La grande industria si concentra nelle metropoli, cancella la natura e genera indifferenza, estraneità, timore.
L’esistenza di questo Museo della Poesia attualizza quindi il contrasto tra diverse categorie di opposti: poeta accademico / poeta ingenuo; fama, celebrità / anonimato; natura / industria; ambiente sfavorevole / favorevole alla formazione dell’ansia (e del senso della vita). Passeranno mai questi poeti naïf nelle antologie scolastiche? Potranno diventare un esempio? Chi decide attualmente quale poeta è meritevole di essere studiato sui banchi di scuola o pubblicato, o di ricevere un premio importante?
Per le implicazioni che suscita, questo importante argomento merita di essere sviluppato in futuro.
Luciano Jolly