Dietro la parola - Miti e ossessioni del Novecento di Vittorio Coletti
pag. 147, € 16.00 - ed. dell'Orso. -
15100 Alessandria - via Rattizzi 47 - -
e-mail: edizionidellorso@libero.it - -
http://www.ediorso.com
Trafelato, mi precipito alla clinica dove hanno ricoverato la Parola. – Dottore, è grave? Se la caverà? – Il medico mi risponde con un’altra domanda: - Lei è un parente? mi chiede prima di pronunciarsi. – Cosa vuole, dottore, in un modo o nell’altro siamo tutti suoi parenti. – Questa considerazione sembra rassicurarlo: - In effetti la situazione è seria. Dobbiamo valutare se ricoverarla sotto la tenda a ossigeno. La prognosi rimane riservatissima -. – A questi punti? – gli chiedo con un inspiegabile sentimento d’ansia. – Che cosa l’ha ridotta in tale stato? – Il dottore sembra riflettere: - E’ stata manipolata tutta la vita. Abusi di ogni genere, seduzioni finite male. Promesse false, messaggi contraddittori, stupri a ripetizione. Attualmente ha una crisi d’identità: non sa più che cosa rappresenta. Da quando si è separata (dalla realtà) ha avuto un tracollo. I primi a non credere in lei sono i professionisti che la usano: sa, poeti e filosofi. Mentalmente, si trova dentro una torre di Babele.
Forse il medico ha esagerato. Devo correre a casa, ho bisogno di smentite. Dallo scaffale della biblioteca afferro Dietro la parola, di Vittorio Coletti. Lui sa trattarla bene, la Parola. Il libro mi dà subito un senso di distensione. E’ un discorso brillante, dotato di significato. Vivace, appassionato, puntuale: si intuisce che proviene da un grande amore per la lettura, quindi per la Parola. Finalmente qualcuno che crede in Lei! Quale sollievo!
Passato il primo senso di euforia, ripiombo in uno stato d’allarme. Coletti conferma in pieno le parole del medico. I professionisti della Parola, filosofi, poeti e scrittori, non credono in Lei. A dire il vero c’è qualche timido sostenitore:
“Dire originario ed essere, parola e cosa, s’appartengono vicendevolmente” (Heidegger). “Il linguaggio è insieme rassicurante e inquietante. Quando parliamo ci rendiamo padroni delle cose” (Blanchot). Nel campo della psicanalisi “gli avvenimenti empirici per l’analista non hanno realtà se non nel e per il discorso che conferisce loro l’autenticità dell’esperienza” (Benveniste). “La lingua può esprimere soltanto determinati segmenti del reale, tutto il resto è Silenzio” (Wittgenstein).
Per il resto, è un coro negativo. Nel Novecento esiste un pessimismo diffuso circa la possibilità che la “parola”, quindi l’uomo che la usa, possa giungere in contatto con le “cose” che la parola dovrebbe rappresentare: “La lingua … non è più considerata con fiducia come mezzo di comunicazione, o come mezzo di espressione del pensiero … diventa qualcosa di molto più autonomo, opaco e minaccioso” (Lepschy). Lo stesso Cours di De Saussure, il punto di partenza del moderno strutturalismo, può essere visto come “emblema della crisi più profonda sofferta dal pensiero linguistico” (Pagnini). Per Calvino, il linguaggio è “un tentativo di conoscere il mondo e un’immagine per rappresentarne l’inconoscibilità” (Coletti). “Il linguaggio e la realtà sono due entità ormai irriducibili l’una all’altra” (Calvino). Il linguaggio è un “dio dimidiato / che non porta salvezza perché non sa / nulla di noi e ovviamente nulla di sé” (Caproni). “La voce … è stata, ma non è più, né mai potrà essere. Il linguaggio ha luogo nel non-luogo della voce” (Agamben). “Sono lì, / esse, le cose / a lato, deserto / il loro numero, deserta / la loro / incomunicabile sostanza. / Sono lì: separate / ciascuna / dal suo nome, / da esso lasciate / da esso dimenticate” (Luzi).
La parola letteraria, e viene il sospetto che il parlare quotidiano ne sia intaccato, appare come un verme morto o impazzito che ignora il senso della sua funzione nel mondo. Ma qui avviene un colpo di scena.
Qualcuno m’invita ad uno spettacolo insolito. Si svolge nel carcere La Felicina, presso Saluzzo in Piemonte. Gli attori sono dei prigionieri: scontano pene molto lunghe. Tra loro vi sono cristiani, islamici, induisti. Li ha preparati un regista giapponese, Koji Miyazaki, noto perché il suo teatro non è solo verbale, ma dà spazio alla gestualità ed alla corporeità degli attori. Il testo, intitolato AMEN, è di Grazia Isoardi. Si è in presenza del dolore. Lo si percepisce fisicamente nelle forme cubiche e impersonali del carcere, nei prati senza alberi, nel campo da gioco pelato. Soprattutto il dolore abita gli attori, anima i loro volti e i loro corpi. Però non c’è rabbia. Soltanto uno di essi, che recita la parte del “bestemmiatore”, del ribelle contro “l’ingiustizia” divina, lascia trasparire una carica di collera. Insieme alla sofferenza, sono presenti la colpa e l’espiazione, insomma il delitto ed il castigo. Si genera una specie di osmosi fra attori e pubblico. Molti piangono. Lo spettacolo, invece di rivolgersi alla mente degli spettatori, ha toccato il loro cuore. Nella confusione che segue lo spettacolo, gli attori si rivestono e non si sa più chi è colpevole e chi immacolato. Si ride e si scherza con i prigionieri. Qualcuno abbraccia un carcerato. Io simpatizzo con un tunisino che deve scontare ancora 5 anni. Usciamo da quel luogo con una nuova consapevolezza.
Alla sera ripenso al magnifico libro di Coletti. Penso anche alla sua parte mancante: senza un raffronto con l’Economia politica, cioè con l’attività che regola le fondamenta del vivere sociale, ci sono poche probabilità di comprendere la tristezza, sovente la disperazione dei letterati, il senso del Nulla che affetta la loro funzione. Nello spettacolo dei carcerati la Parola offre invece una prospettiva di speranza.
Il libro di Coletti mi suggerisce che, senza l’introduzione di una nuova spiritualità, basata su un diverso rapporto tra gli individui, ed un principio Divino che dia alle loro parole un senso corretto, il canto del poeta è destinato oggi a trasformarsi in un lamento funebre.
Luciano Jolly
Forse il medico ha esagerato. Devo correre a casa, ho bisogno di smentite. Dallo scaffale della biblioteca afferro Dietro la parola, di Vittorio Coletti. Lui sa trattarla bene, la Parola. Il libro mi dà subito un senso di distensione. E’ un discorso brillante, dotato di significato. Vivace, appassionato, puntuale: si intuisce che proviene da un grande amore per la lettura, quindi per la Parola. Finalmente qualcuno che crede in Lei! Quale sollievo!
Passato il primo senso di euforia, ripiombo in uno stato d’allarme. Coletti conferma in pieno le parole del medico. I professionisti della Parola, filosofi, poeti e scrittori, non credono in Lei. A dire il vero c’è qualche timido sostenitore:
“Dire originario ed essere, parola e cosa, s’appartengono vicendevolmente” (Heidegger). “Il linguaggio è insieme rassicurante e inquietante. Quando parliamo ci rendiamo padroni delle cose” (Blanchot). Nel campo della psicanalisi “gli avvenimenti empirici per l’analista non hanno realtà se non nel e per il discorso che conferisce loro l’autenticità dell’esperienza” (Benveniste). “La lingua può esprimere soltanto determinati segmenti del reale, tutto il resto è Silenzio” (Wittgenstein).
Per il resto, è un coro negativo. Nel Novecento esiste un pessimismo diffuso circa la possibilità che la “parola”, quindi l’uomo che la usa, possa giungere in contatto con le “cose” che la parola dovrebbe rappresentare: “La lingua … non è più considerata con fiducia come mezzo di comunicazione, o come mezzo di espressione del pensiero … diventa qualcosa di molto più autonomo, opaco e minaccioso” (Lepschy). Lo stesso Cours di De Saussure, il punto di partenza del moderno strutturalismo, può essere visto come “emblema della crisi più profonda sofferta dal pensiero linguistico” (Pagnini). Per Calvino, il linguaggio è “un tentativo di conoscere il mondo e un’immagine per rappresentarne l’inconoscibilità” (Coletti). “Il linguaggio e la realtà sono due entità ormai irriducibili l’una all’altra” (Calvino). Il linguaggio è un “dio dimidiato / che non porta salvezza perché non sa / nulla di noi e ovviamente nulla di sé” (Caproni). “La voce … è stata, ma non è più, né mai potrà essere. Il linguaggio ha luogo nel non-luogo della voce” (Agamben). “Sono lì, / esse, le cose / a lato, deserto / il loro numero, deserta / la loro / incomunicabile sostanza. / Sono lì: separate / ciascuna / dal suo nome, / da esso lasciate / da esso dimenticate” (Luzi).
La parola letteraria, e viene il sospetto che il parlare quotidiano ne sia intaccato, appare come un verme morto o impazzito che ignora il senso della sua funzione nel mondo. Ma qui avviene un colpo di scena.
Qualcuno m’invita ad uno spettacolo insolito. Si svolge nel carcere La Felicina, presso Saluzzo in Piemonte. Gli attori sono dei prigionieri: scontano pene molto lunghe. Tra loro vi sono cristiani, islamici, induisti. Li ha preparati un regista giapponese, Koji Miyazaki, noto perché il suo teatro non è solo verbale, ma dà spazio alla gestualità ed alla corporeità degli attori. Il testo, intitolato AMEN, è di Grazia Isoardi. Si è in presenza del dolore. Lo si percepisce fisicamente nelle forme cubiche e impersonali del carcere, nei prati senza alberi, nel campo da gioco pelato. Soprattutto il dolore abita gli attori, anima i loro volti e i loro corpi. Però non c’è rabbia. Soltanto uno di essi, che recita la parte del “bestemmiatore”, del ribelle contro “l’ingiustizia” divina, lascia trasparire una carica di collera. Insieme alla sofferenza, sono presenti la colpa e l’espiazione, insomma il delitto ed il castigo. Si genera una specie di osmosi fra attori e pubblico. Molti piangono. Lo spettacolo, invece di rivolgersi alla mente degli spettatori, ha toccato il loro cuore. Nella confusione che segue lo spettacolo, gli attori si rivestono e non si sa più chi è colpevole e chi immacolato. Si ride e si scherza con i prigionieri. Qualcuno abbraccia un carcerato. Io simpatizzo con un tunisino che deve scontare ancora 5 anni. Usciamo da quel luogo con una nuova consapevolezza.
Alla sera ripenso al magnifico libro di Coletti. Penso anche alla sua parte mancante: senza un raffronto con l’Economia politica, cioè con l’attività che regola le fondamenta del vivere sociale, ci sono poche probabilità di comprendere la tristezza, sovente la disperazione dei letterati, il senso del Nulla che affetta la loro funzione. Nello spettacolo dei carcerati la Parola offre invece una prospettiva di speranza.
Il libro di Coletti mi suggerisce che, senza l’introduzione di una nuova spiritualità, basata su un diverso rapporto tra gli individui, ed un principio Divino che dia alle loro parole un senso corretto, il canto del poeta è destinato oggi a trasformarsi in un lamento funebre.
Luciano Jolly