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La critica è morta

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LA CRITICA E’ MORTA
Articolo di Goffredo Fofi
Panorama n° 38 del 22 settembre 2005


Quanto tempo è passato da quando, intorno al ’68, si aspettava con gioia l’uscita dei “Quaderni Piacentini”, per leggere gli articoli di Goffredo Fofi! Nel frattempo le magnifiche sorti progressive della patria sono decadute. La società italiana ha conosciuto un’involuzione generale: i prezzi, i delitti, l’incertezza ed il numero dei depressi aumentano; diminuiscono l’amore familiare, la competitività delle aziende e la fiducia nella vita. Il lavoro è diventato sempre più precario. La meteorologia ci fornisce notizie minacciose. La violenza della guerra ha cessato di avere un fronte ben definito; s’incunea nel tessuto della società “civile” e tutti possono essere colpiti.

In questo quadro poco tranquillizzante, Goffredo Fofi c’informa che anche la critica è morta. I recensori dei libri “sono ormai diventati un pezzetto subalterno delle strategie di comunicazione”, ed il giudizio del pubblico si discosta sempre più apertamente da quello dei critici, che vengono emarginati nella coscienza dei fruitori. Questo fenomeno è nuovo ma non sorprendente. Qui esamineremo un aspetto particolare della critica: il linguaggio.

Cito a caso un paio di esempi, tra le migliaia che esistono, considerandoli rappresentativi di una tendenza diffusa:

“Metaforicità e allegoresi coesistono perché coesistono in Oldani la spinta gnomica verso l’universale e l’assoluto, la disseminazione e temporalizzazione dei significati e dell’agire, la mondanizzazione che tale tangenza zavorra, le ingiunge aporeticità, saggia il limite e la vanità. Questa tensione gnomica verso l’assoluto gli deriva dalla sua frequentazione biblica …” (Il senso delle figure in “Latitudine” di Guido Oldani. Articolo di Amedeo Anelli, sta in Testuale n° 28-29, anno 2000) . Mi chiedo: come può un tale modo di esprimersi invitare un giovane alla poesia?

Giovanni Giudici, discutendo del Self-Portrait di Ashbery, afferma da parte sua: “Contro … la tendenziale sparizione di ogni margine di comunicabilità [l’autore] oppone il grimaldello del suo principale procedimento: che è abolire la tradizionale verticalità dell’io attivo e poetante rispetto alla passiva e pretesa orizzontalità del testo, rapporto divenuto ormai se non impossibile certamente sempre più a rischio di fallimento; e consegnare invece questo io al farsi del poema, che non è soltanto la proliferazione apparentemente indisciplinata delle sue immagini o dei suoi nessi sconnessi …”

Se la critica è morta, come dice Fofi, è morta per suicidio. Ha passato intorno al proprio collo il cappio di un linguaggio astruso, mentale, incomprensibile, non significante. E’ un linguaggio da setta, per pochi iniziati, che desiderano restare separati dal grande corpo dei lettori, cioè dai bisogni culturali e pratici degli uomini, proprio quando la scienza (con la teoria della Relatività) e l’economia (con la globalizzazione) hanno trasformato il mondo in una rete di fatti totalmente connessi tra loro. Come siamo lontani dalla concezione di Gramsci di una critica popolare!

Egli scriveva su Ordine Nuovo: “Crediamo onesto trattare i lavoratori come uomini cui si parla apertamente, crudamente, delle cose che li riguardano … Nel campo della cultura poi, operai e contadini sono stati e sono ancora considerati dai più come una massa di negri che si può facilmente accontentare con della paccottiglia [l’attuale televisione], con delle perle false e con dei fondi di bicchiere, riserbando agli eletti i diamanti e le altre merci di valore”.

Agli operai e contadini di Gramsci aggiungeremmo volentieri i rappresentanti del ceto medio, i milioni di persone che lavorano nel settore dei servizi, della scuola, della sanità e della ricerca. Tutte queste persone desiderano trovare “il bandolo della matassa” per tentare di comprendere, nell’alienazione generale, in quale tipo di mondo è capitato loro di vivere.

Come nel campionato di calcio esiste una classifica avulsa, dobbiamo constatare che esiste anche una critica avulsa: dai sentimenti, dalle curiosità, dalle esigenze dell’uomo comune che sta imparando a pensare con la propria testa.

Luciano Jolly

Created by admin
Last modified 24-09-2005 12:00
 

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