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L'Arte dello Scrivere

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La creazione letteraria secondo Leopardi
L’ARTE DELLO SCRIVERE
Giacomo Leopardi
Marinotti ed., Milano 2004, pagg. 156, € 13,00.


Possiamo considerare questa raccolta di pensieri leopardiani, tratti dallo Zibaldone e curati da Gino Zaccaria, come un utile strumento per tutti coloro che si occupano creativamente di scrittura letteraria.

Lo Zibaldone rappresentò per Leopardi, a partire dall’età di 19 anni, un amico intimo e fedele: il diario cui confidare pensieri filosofici e pene esistenziali, appunti letterari e note sulla società. Questa autobiografia spirituale lo aiutò in qualche misura a sopportare l’isolamento di Recanati, il “natio borgo selvaggio” dal quale aveva cercato di fuggire senza successo. In essa, con il passare degli anni, prese corpo il pessimismo del poeta, la sua concezione dell’esistenza come male totalizzante, come negazione del piacere e distruzione inesorabile di ogni speranza.

Questa sconsolata visione del mondo non impedì a Leopardi di stabilire interessanti canoni della creatività letteraria, validi in parte anche oggi. per chi s’interessa all’argomento.

Ne “L’Arte dello Scrivere” le osservazioni di Leopardi sono raggruppate in sei capitoli, rispettivamente dedicati all’alfabeto, alla scrittura, all’ortografia, allo stile, alla poesia, all’etimologia e alle parole nuove. In questa sede ci occupiamo soprattutto dello stile, considerandolo come l’espressione più caratteristica (e intima) della personalità dello scrittore.

E’ il Leopardi stesso a lamentarsi dell’uniformità che affligge lo stile dei suoi contemporanei, uniformità che egli attribuisce soprattutto agli scrittori francesi: “Perocché, se ben si osserva, quanto alle parole, e a tutto ciò che loro appartiene, tutti gli stili de’ francesi, sì di diversi autori e scritture, sì di una stessa scrittura o scrittore in diversissime materie, sono poco men che conformi”:

“E non è maraviglia; – continua Leopardi – perocché dov’è pochissimo luogo alla scelta delle parole e dell’ordine e composizioni loro, quivi pochissima potrà essere la differenza o tra gli stili dei vari autori o di varie opere, o tra le qualità di un medesimo stile in diverse materie e occasioni, per ciò che spetta alle parole. Le quali non potendosi scegliere, non possono essere qua eleganti, qua nobili, qua efficaci, qua graziose, ma sempre tali, o non mai”.

La costruzione di uno stile personale ha dunque come fondamento la varietà lessicale, l’accostamento creativo dei termini, l’invenzione nel disporre i costrutti sintattici e nell’uso delle figure retoriche. (En passant, ricordiamo che il poeta Sergio Gallo, con la “Giostra di Venere”, è riuscito a conseguire questo arricchimento proprio introducendo il linguaggio della botanica in quello della lirica, ciò che avuto per effetto un’importante trasformazione semantica dei termini impiegati. L’accostamento di due domini solitamente tenuti separati, quali sono l’ambito scientifico e quello letterario, sta alla base della creatività. Cfr. “L’atto della creazione” di Arthur Koestler, ed. Ubaldini).

La necessità di costruire uno stile personale non è certo dovuta all’esigenza morale di distinguersi dagli altri scrittori. Appartiene alla Natura di produrre individui con sensibilità diverse, con modi di essere e tendenze differenti. Ma la società di massa ha livellato queste differenze, ha appiattito e uniformato i gusti e le necessità stesse. Per uno scrittore, il desiderio di avere uno stile personale è legittimo. Esso dev’essere considerato come un esempio da seguire, affinché ognuno possa realizzarsi in modo soddisfacente, ed evitare di essere schiacciato dalla società.

Tuttavia i maggiori effetti di uno stile letterario personale si riscontrano piuttosto sul versante del lettore. Esiste una legge psicologica per cui la monotonia nella comunicazione ha degli effetti negativi. La pubblicità conosce bene questo fenomeno e lo sfrutta abbondantemente: ogni messaggio ripetuto infinite volte diventa logoro e controproducente, crea un sentimento di rivolta contro la pubblicità stessa. Il lettore che apre un libro vuole quindi essere affascinato non solo dalla storia che vi è narrata, ma anche dal modo di narrarla. Il libro è chiamato a sopperire alla piattezza della vita sociale, alla parte ripetitiva e meccanizzata della vita, con tutto ciò di monotono che questa contiene. Il libro diventa un amico del lettore quando è capace di trasportarlo in nuove regioni della coscienza, più alte e più sagge rispetto al pigro sentire comune.

Inoltre la fascinazione del lettore non ha nulla in comune con la seduzione. Le signore di una certa età che leggevano avidamente “Il Piacere” di D’Annunzio nei primi decenni del secolo scorso, sostituivano semplicemente l’erotismo perduto con il suo surrogato letterario. Affascinare il lettore, significa per noi implicarlo emotivamente, chiamarlo a collaborare nel campo immaginativo, proporgli modi d’espressione creativi che lo chiamino non tanto a intrecciare sogni dorati su un pianeta in macerie, quanto a trovare la fiducia di “essere nel mondo” con rinnovato vigore. Dei poeti così diversi come Walt Whitman e Maiakovski svolsero proprio questa funzione sociale.

Nella concezione appena tracciata, lo stile personale creativo si allea con la scelta dell’argomento (della storia, ossia della fabula, come i formalisti russi chiamarono l’intreccio del racconto). La fabula è un ponte tra l’espressione linguistica e la verità dei fatti che accadono nel mondo. Lo stile creativo mette in atto la bellezza, l’interesse e la sorpresa che permettono al lettore di percorrere agevolmente questo ponte.

Leopardi accenna a qualche altro aspetto necessario alla produzione letteraria, per esempio alla fatica che l’autore deve compiere se vuole portare la sua opera verso il perfezionamento. Sono “le sudate carte” di cui parla nel canto “A Silvia”. Questa opera d’incessante correzione del testo, come metafora della continua correzione della propria vita, è necessaria per la limatura del “gioiello”, e costituisce, più che un atto di amor proprio, un moto d’amore per il pubblico dei lettori che merita la grazia, la bellezza, la verità ed il godimento dei valori più sublimi.

Secondo Leopardi è questo lavorio che permette allo stile di diventare efficace: “La detta efficacia è pure un genere di bellezza eterna e universale, che però non appartiene al bello, ma alla inclinazione generale dell’uomo verso la forza, verso le sensazioni vive, verso ciò che lo eccita, e rompe la monotonia dell’esistenza”.

Oltre ad un continuo “labor limae” per migliorare il testo, ciò che lo rende godibile sono la rapidità e la concisione dello stile. Leopardi rimprovera ad Ovidio una certa prolissità e si chiede perché in lui le immagini siano così poco piacevoli. E risponde: “Perché queste immagini risultano in lui da una copia [abbondanza] di parole e di versi, che non destano l’immagine senza lungo circuito, e così poco o nulla v’ha di simultaneo, giacché lo spirito è condotto a veder gli oggetti appoco appoco per le loro parti. Perché lo stile di Dante è il più forte che si possa concepire, e per questa parte il più bello e dilettevole possibile? Perché ogni parola presso lui è un’immagine”.

Lo scrittore moderno che più si avvicina a questo ideale stilistico è a mia conoscenza Kafka. In lui le immagini sono folgoranti. Illuminano una scena intricata con luce improvvisa che sposta l’attenzione del lettore in una direzione imprevista, allargando così il cerchio della consapevolezza insieme alla dimensione del piacere estetico. Per esempio nel brevissimo racconto intitolato “DI NOTTE”:

“Sprofondato nella notte. Essere sprofondato nella notte come talvolta si abbassa la testa per riflettere. Gli uomini intorno dormono. Una piccola commedia, un’innocente illusione che dormano nelle case, nei letti solidi, sotto un tetto solido, stesi o rannicchiati su materassi entro lenzuola, sotto coperte; in realtà si sono trovati insieme, come a suo tempo e come più tardi in una regione deserta, accampati all’aperto, un numero incalcolabile di uomini, un esercito, un popolo sulla terra fredda, sotto un cielo freddo, coricati dove prima erano in piedi, la fronte contro il braccio, il viso contro il suolo, col respiro calmo. E tu sei sveglio, sei uno dei custodi, trovi il prossimo agitando il legno acceso nel mucchio di stipe accanto a te. Perché vegli? Uno deve vegliare, dicono. Uno deve essere presente”.

Luciano Jolly










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Last modified 14-10-2005 18:40
 

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