L'ironia di Socrate
L'ironia di Socrate
ovvero un'etica della libertà
Renato Scavino
Talia ed., Torino 2004, pp. 92, € 12,00
Lra tutte le pagine che ho letto a proposito di Socrate, quelle di Scavino sono le più illuminanti perché gettano una luce completa e attualissima sulla figura del grande filosofo ateniese. Scavino fa intendere in quest’opera che l’importanza di Socrate non riguarda soltanto la ricerca della verità filosofica. Ma investe tout court la verità profonda che è insita in ogni essere umano.
Il metodo socratico è dialogico, basato cioè su domande che implicano risposte precise. L’assenza di domande, che implica la mancanza di dubbi, è ciò che permette il formarsi del conformismo sociale. Il conformista accetta le realtà più false perché non s’interroga mai. Crede che la realtà, ciò che esiste intorno a lui e lo avvolge nei suoi lacci, sia razionalmente giustificato e costituisca il migliore dei mondi possibili, come avveniva al Candido di Voltaire. Ma l’ironia socratica è un modo intelligente di non lasciarsi ingannare. Fingendo di aderire alle tesi della cultura ufficiale, che rappresenta sempre qualche forma di potere organizzato e cela degli interessi non dichiarati, il filosofo dimostra in modo razionale la loro inconsistenza. La classe dirigente ateniese comprese il pericolo rappresentato da Socrate e per questo lo eliminò.
Nel caso venisse applicata ad ogni aspetto della vita intellettuale, la ricerca socratica farebbe crollare numerose miti (favole) riguardanti tanto il potere politico ed economico, quanto l’idea che abbiamo della religione e del mondo. Modificherebbe lo sguardo che portiamo su noi stessi e su ogni aspetto della vita: dall’alimentazione alla moda, agli usi e costumi, al modo di produzione degli oggetti ed ai rapporti sociali con gli altri uomini.
Socrate non lasciò alcuna opera scritta, nessun testo filosofico che potesse esser codificato, cioè imbalsamato per entrare in qualche museo del sapere. Egli è il più potente pensatore antidogmatico della storia occidentale. Sotto il pungolo del suo metodo vengono smantellati i luoghi comuni, le opinioni vaghe o ereditate dagli altri, le abitudini ingiustificate, le tradizioni inesatte e naturalmente il “pressappoco”, quel complesso di non-verità, quasi-verità, aspetti incompleti della verità di cui si vale il potere - qualunque potere - per sopravvivere.
Socrate non era un bell’uomo. Aveva l’aspetto di un satiro. Ma, dice Alcibiade nel Convito di Platone, “quando ascolto Socrate sento il cuore balzarmi nel petto, mi commuovo fino alle lacrime, e vedo che moltissimi altri provano la medesima emozione. Eppure quei discorsi non hanno nulla di particolare. Non sono costruiti secondo le regole della retorica. Non fanno uso degli artifici con cui gli oratori di professione danno eleganza al loro parlare e riescono a strappare gli applausi. Non hanno lo scopo di persuadere, ma solo di far conoscere la verità” (pagg. 59-60).
Colui che mette in dubbio il dogma viene perseguitato perché ostacola indirettamente qualche forma di potere. Per questo, oltre a Socrate, furono perseguitati gli Albigesi che in pieno Medio Evo consideravano positivamente il principio femminile. Fu bruciata Giovanna d’Arco che comunicava direttamente con Dio. Fu arso vivo Giordano Bruno per le sue opinioni filosofiche, contrastanti con quelle della Chiesa.
Saltiamo al secolo scorso, quando il poeta Vladimir Maiakovski preferì suicidarsi piuttosto che vivere sotto la dittatura di Stalin. Quando, nel 1939, le truppe franchiste fucilarono Garcìa Lorca per il vivo senso della libertà che emanava dai suoi versi. Wilhelm Reich fu incarcerato negli Stati Uniti per la novità delle sue scoperte sull’uomo. E giungiamo ai nostri giorni in cui il tedesco dottor Hamer conosce le prigioni di Spagna e di Francia, nell’indifferenza quasi universale, per le sue scoperte sulla natura psicosomatica del cancro, che metterebbero in forse la medicina ufficiale qualora fossero divulgate e soprattutto praticate.
Con questa importante opera su Socrate, Scavino attira la nostra attenzione sulla necessità, per ognuno di noi, di essere liberi nei propri sistemi mentali. L’indipendenza di giudizio è un atto di coraggio e di responsabilità per ogni uomo che voglia affrontare con successo le incognite dell’esistenza. Che desideri orientarsi nel dedalo del proprio destino e cerchi di dare un significato alla vita che gli è dato vivere.
Il grado di libertà presente nel nostro pensiero ci permette infatti di riconoscere quale sia la realtà in cui ci troviamo immersi. Quella realtà problematica; quella realtà e verità sfuggenti che si nascondono continuamente ai nostri occhi, allo stesso modo in cui la sabbia sfugge dalla parte superiore della clessidra. Quella realtà multiforme e caotica, difficile ma non impossibile da definire, che si è frammentata nell’età moderna, e che ha permesso ad Arcimboldo, ai surrealisti, a Pirandello, a Kafka e a Samuel Beckett di comporre le loro opere.
Ogni uomo fatica a rispondere alla domanda: “Chi sono io, nelle mie profondità?”. Qual è la mia funzione nel mondo?”.
L’uomo moderno è un individuo bombardato da messaggi contrastanti, che lo disorientano più di quanto siano utili a orientarlo, e finiscono per condurlo a quelle immani nefandezze che si chiamano guerre mondiali, campi di sterminio, perdita del significato della vita, depressione di massa e spersonalizzazione. Sotto l’insostenibile pressione sociale di menzogne ben confezionate, e presentate come verità, si compie la manipolazione dell’uomo nell’età contemporanea.
Per questo l’opera di Renato Scavino è fondamentale per trovare il bandolo della matassa. Senza autonomia di pensiero, senza il coraggio d’interrogarsi e d’interrogare, ciascuno di noi rischia di non riconoscere se stesso e di precipitare in baratri più bui di quelli che stiamo vivendo.
Luciano Jolly
Il metodo socratico è dialogico, basato cioè su domande che implicano risposte precise. L’assenza di domande, che implica la mancanza di dubbi, è ciò che permette il formarsi del conformismo sociale. Il conformista accetta le realtà più false perché non s’interroga mai. Crede che la realtà, ciò che esiste intorno a lui e lo avvolge nei suoi lacci, sia razionalmente giustificato e costituisca il migliore dei mondi possibili, come avveniva al Candido di Voltaire. Ma l’ironia socratica è un modo intelligente di non lasciarsi ingannare. Fingendo di aderire alle tesi della cultura ufficiale, che rappresenta sempre qualche forma di potere organizzato e cela degli interessi non dichiarati, il filosofo dimostra in modo razionale la loro inconsistenza. La classe dirigente ateniese comprese il pericolo rappresentato da Socrate e per questo lo eliminò.
Nel caso venisse applicata ad ogni aspetto della vita intellettuale, la ricerca socratica farebbe crollare numerose miti (favole) riguardanti tanto il potere politico ed economico, quanto l’idea che abbiamo della religione e del mondo. Modificherebbe lo sguardo che portiamo su noi stessi e su ogni aspetto della vita: dall’alimentazione alla moda, agli usi e costumi, al modo di produzione degli oggetti ed ai rapporti sociali con gli altri uomini.
Socrate non lasciò alcuna opera scritta, nessun testo filosofico che potesse esser codificato, cioè imbalsamato per entrare in qualche museo del sapere. Egli è il più potente pensatore antidogmatico della storia occidentale. Sotto il pungolo del suo metodo vengono smantellati i luoghi comuni, le opinioni vaghe o ereditate dagli altri, le abitudini ingiustificate, le tradizioni inesatte e naturalmente il “pressappoco”, quel complesso di non-verità, quasi-verità, aspetti incompleti della verità di cui si vale il potere - qualunque potere - per sopravvivere.
Socrate non era un bell’uomo. Aveva l’aspetto di un satiro. Ma, dice Alcibiade nel Convito di Platone, “quando ascolto Socrate sento il cuore balzarmi nel petto, mi commuovo fino alle lacrime, e vedo che moltissimi altri provano la medesima emozione. Eppure quei discorsi non hanno nulla di particolare. Non sono costruiti secondo le regole della retorica. Non fanno uso degli artifici con cui gli oratori di professione danno eleganza al loro parlare e riescono a strappare gli applausi. Non hanno lo scopo di persuadere, ma solo di far conoscere la verità” (pagg. 59-60).
Colui che mette in dubbio il dogma viene perseguitato perché ostacola indirettamente qualche forma di potere. Per questo, oltre a Socrate, furono perseguitati gli Albigesi che in pieno Medio Evo consideravano positivamente il principio femminile. Fu bruciata Giovanna d’Arco che comunicava direttamente con Dio. Fu arso vivo Giordano Bruno per le sue opinioni filosofiche, contrastanti con quelle della Chiesa.
Saltiamo al secolo scorso, quando il poeta Vladimir Maiakovski preferì suicidarsi piuttosto che vivere sotto la dittatura di Stalin. Quando, nel 1939, le truppe franchiste fucilarono Garcìa Lorca per il vivo senso della libertà che emanava dai suoi versi. Wilhelm Reich fu incarcerato negli Stati Uniti per la novità delle sue scoperte sull’uomo. E giungiamo ai nostri giorni in cui il tedesco dottor Hamer conosce le prigioni di Spagna e di Francia, nell’indifferenza quasi universale, per le sue scoperte sulla natura psicosomatica del cancro, che metterebbero in forse la medicina ufficiale qualora fossero divulgate e soprattutto praticate.
Con questa importante opera su Socrate, Scavino attira la nostra attenzione sulla necessità, per ognuno di noi, di essere liberi nei propri sistemi mentali. L’indipendenza di giudizio è un atto di coraggio e di responsabilità per ogni uomo che voglia affrontare con successo le incognite dell’esistenza. Che desideri orientarsi nel dedalo del proprio destino e cerchi di dare un significato alla vita che gli è dato vivere.
Il grado di libertà presente nel nostro pensiero ci permette infatti di riconoscere quale sia la realtà in cui ci troviamo immersi. Quella realtà problematica; quella realtà e verità sfuggenti che si nascondono continuamente ai nostri occhi, allo stesso modo in cui la sabbia sfugge dalla parte superiore della clessidra. Quella realtà multiforme e caotica, difficile ma non impossibile da definire, che si è frammentata nell’età moderna, e che ha permesso ad Arcimboldo, ai surrealisti, a Pirandello, a Kafka e a Samuel Beckett di comporre le loro opere.
Ogni uomo fatica a rispondere alla domanda: “Chi sono io, nelle mie profondità?”. Qual è la mia funzione nel mondo?”.
L’uomo moderno è un individuo bombardato da messaggi contrastanti, che lo disorientano più di quanto siano utili a orientarlo, e finiscono per condurlo a quelle immani nefandezze che si chiamano guerre mondiali, campi di sterminio, perdita del significato della vita, depressione di massa e spersonalizzazione. Sotto l’insostenibile pressione sociale di menzogne ben confezionate, e presentate come verità, si compie la manipolazione dell’uomo nell’età contemporanea.
Per questo l’opera di Renato Scavino è fondamentale per trovare il bandolo della matassa. Senza autonomia di pensiero, senza il coraggio d’interrogarsi e d’interrogare, ciascuno di noi rischia di non riconoscere se stesso e di precipitare in baratri più bui di quelli che stiamo vivendo.
Luciano Jolly