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Sul mestiere dello scrittore e sullo stile

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SUL MESTIERE DELLO SCRITTORE E SULLO STILE
Arthur Schopenhauer
Adelphi ed. 2003, pag. 156, € 7,50


Amico e compatriota di Goethe, Schopenhauer (1788 – 1861) è stato un precursore dell’attuale interesse per la filosofia orientale, in particolare indiana e buddistica, che influenzò notevolmente la sua opera. Anche per lui, come per il buddismo, la natura e la vita sono “maya”, pura apparenza che non rappresenta in alcun modo il noumeno, la realtà ultima che rimane nascosta dietro l’illusione. La vita s’identifica con il dolore e la conoscenza è piuttosto basata sull’intuizione che non sulla coscienza razionale. Esiste una sola chiave per entrare in rapporto con il noumeno, ed è la volontà infinita presente nell’universo. Essa è una e indivisibile, anteriore e indipendente dalle intenzioni dell’individuo.

Il libro di cui ci occupiamo qui è tratto dai “Parerga e paralipomena”, gli scritti minori del 1851. Una costante preoccupazione di Schopenhauer è la presenza della cattiva letteratura: “Vi sono due tipi di scrittori: coloro che scrivono per amore della cosa, e coloro che scrivono per scrivere. I primi hanno avuto idee oppure esperienze che sembrano loro degne di essere comunicate; i secondi hanno bisogno di denaro e perciò scrivono per denaro … [hanno] pensieri contorti, forzati e oscillanti … per questa ragione ai loro scritti mancano precisione e completa chiarezza”.

Polemizza con la superficialità delle mode letterarie: “Una grande quantità di cattivi scrittori vive unicamente della stoltezza del pubblico, che non vuole leggere se non ciò che è stato stampato il giorno stesso”. La classe più numerosa di scrittori è quella che scrive senza pensare. Pochi sono gli scrittori autentici, che pensano alle cose esistenti; gli altri prendono le loro fonti da libri scritti da altri, da pensieri altrui “belli e pronti”. “Succede più di una volta che un vecchio libro eccellente sia soppiantato da libri nuovi, ma insignificanti”. “Il pubblico rivolge il suo interesse assai più alla materia [in termini moderni la “fabula”] che non alla forma” [cioè al piano “denotativo”, allo stile ed alla visione del mondo che vi è implicata].

Da qui deriva l’importanza delle riviste letterarie (nella nostra epoca, anche on-line). Esse “dovrebbero alzare una diga contro lo scribacchiare senza scrupoli del nostro tempo e il conseguente diluvio sempre crescente di libri inutili e brutti”. E’ particolarmente importante che la recensione sia firmata, in modo che il critico si prenda la responsabilità dei giudizi che divulga: “spesso l’anonimato serve anche soltanto per celare l’oscurità, la personalità insignificante e l’incompetenza di colui che giudica”.

Questa letteratura di bassa qualità ha l’effetto deleterio di rovinare la lingua: si usano parole sbagliate, si corrompe la grammatica, la punteggiatura non è precisa: “Dove diavolo andrà a finire la lingua tedesca, se imbrattacarte e scribacchini di giornale conserveranno il potere discrezionale di procedere con essa come vuole il loro capriccio, la loro mancanza di giudizio?”.

Lo stile è l’espressione inconfondibile dell’autenticità di uno scrittore. Costituisce “la fisionomia dello spirito, [che] è meno ingannevole di quella del corpo. Imitare lo stile di un altro significa portare una maschera”. “Per poter effettuare una stima provvisoria del valore dei prodotti dell’ingegno di uno scrittore, non è propriamente necessario sapere su che cosa o che cosa egli abbia pensato … è sufficiente sapere come egli ha pensato. Di questo come del pensare, di questo suo carattere essenziale e della sua qualità in generale, lo stile è l’esatta riproduzione”.

Infine la cattiva letteratura è “noiosa”, toglie il gusto della lettura. Quando noi “leggiamo, vi è un altro che pensa per noi”. Questo è ”il caso di moltissimi eruditi: a furia di leggere si sono istupiditi. I buoni libri assomigliano ai cibi: li assimiliamo veramente perché li digeriamo, riflettendo su di essi. Il solo atto di leggere, come quello di introdurre in bocca il cibo, non è sufficiente.

L’invito di Schopenhauer è a produrre dei testi che vengano direttamente dalla vita, attraverso una riflessione rigorosa sui pensieri che essa suscita in noi. Lo scrittore si assume la responsabilità di essere chiaro e ordinato. Noi, come lettori, potremo entrare in contatto con le qualità di chi scrive (la forza di convinzione, la levità espressiva, la forza delle immagini, l’audacia, la concisione, la grazia ecc.) soltanto a patto di possederle già in potenza dentro di noi. Allora le parole dello scrittore echeggiano dentro di noi ed attivano delle qualità già latenti. Se invece noi ne siamo privi, “non impariamo nulla dalla lettura, tranne la fredda morta maniera, e diventiamo banali imitatori”.

Luciano Jolly


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Last modified 19-08-2005 08:47
 

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