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Masca ghigna faussa

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La copertina La copertina
MASCA GHIGNA FAUSSA Donato Bosca Priuli&Verlucca editori, 2005, pagg.

Occorrerebbe essere capaci d’immaginare una magia buona, in grado di estinguere i mali del mondo e trasformarli in santità e in benedizione, come accadde nel caso del cane sumero che visse forse 5.000 anni or sono. Il cane era impazzito. Era sempre stato un bravo animale rispettoso delle regole umane, ma adesso schiumava dalla bocca e soprattutto azzannava le galline dei vicini. In più, fastidioso segno di sventura, aveva cominciato a orinare sui piedi del padrone.

La maga modellò allora un cane di creta, completo di orecchie e di coda. Prescrisse di mettere del legno di cedro sul collo dell’effigie, spruzzare dell’olio sulla testa e ricoprire il corpo della statuina, che evidentemente aveva assorbito lo spirito del cane malato, con peli di pecora e crini di cavallo. Seguirono delle invocazioni agli dei, cui partecipava l’intera famiglia. Con il progredire delle pratiche il corpo del cane malato si distese: gli effetti della magia si erano trasferiti dall’oggetto di creta al cane vivente. Quest’ultimo potè guarire ed in quell’occasione il bene riuscì a trionfare sul male.

I Sumeri avevano sviluppato l’arte della magia per proteggere i Re e la loro corte dai malefici e dalle disgrazie. In Cina l’imitazione della natura, ed in particolare degli uccelli, invogliò l’imperatore Chuen a volare. Egli viveva intorno al 2.250 a.C. e fu il primo uomo che praticò la nobile arte del volo imparandola da due donne, le figlie dell’imperatore Yao, che lo iniziarono ai segreti della vittoria sulla forza di gravità.

Prima del combattimento i guerrieri Kiwai, nelle isole Papua, ingerivano un frammento del pene appartenuto a valorosi nemici. Questo glorioso reperto veniva accuratamente conservato per l’occasione, in modo che le “virtù” del guerriero morto si trasferissero a quello vivo che si apprestava a dare battaglia.

In Australia il serpente Irman passa attraverso un orifizio dello sciamano - naso orecchio o altro – e lo morde per iniziarlo ai poteri della magia. Nell’Odissea, invece, Circe dalle belle trecce incanta con voce soave i compagni di Ulisse, e smettendo di tessere stoffe sottili, graziose e splendenti, offre loro del cacio, torte di farina d’orzo e miele, mescolandoli nel vino di Pramno: ma “univa nel vaso farmaci tristi, perché del tutto scordassero la casa paterna”. Battendoli poi con una bacchetta trasforma gli uomini in porci, precorrendo così di molti secoli l’orrenda magia operata da Franz Kafka nel racconto “Metamorfosi”, dove il personaggio Gregor Samsa si trasforma in scarafaggio: profetizzando così i disastri che di lì a poco si sarebbero compiuti nella guerra totale e nei forni crematori.

Tra gli Sciti ed i Persiani si accompagnavano i morti illustri tra i fumi della cannabis, pregando lo spirito di Vayou affinché il dio prendesse per mano l’illustre defunto e ne favorisse l’ingresso nella dolce casa degli amplessi celesti. Per gli antichi Egizi lo strumento magico più potente è invece la parola. Attraverso l’invocazione si possono convincere gli Dei a favorire l’elevazione morale degli uomini: “Perfezionati al cospetto dei tuoi occhi, e bada che non sia un altro a perfezionarti” (insegnamento di Gedefhor, 2.600 a.C.).

In Amazonia gli Shapori, sciamani che con le loro pratiche proteggono il gruppo umano dagli spiriti nocivi, assumono una sostanza allucinogena chiamata “epena” per mettersi in comunicazione con i mondi superiori. Alcuni di essi sono capaci di compiere dei balzi portentosi, come se volassero, ed hanno la potenza e la rapidità di un giaguaro.

I sacerdoti druidi venerano invece alcune cifre, attribuendo facoltà eccezionali al numero 27 ed al suo multiplo 108. In questo si avvicinano alla scuola mistica dei Pitagorici, per i quali la tetraktys, somma dei primi 4 numeri naturali che dà luogo a 10, ha un valore sacro.

Infine il Vodu, complesso di regole magiche originario dell’Africa ma sviluppatosi ad Haiti, è “un’interpretazione animista delle relazioni fra l’uomo, la natura e gli spiriti”. Esso coagulò la società degli schiavi, dopo l’occupazione delle Antille da parte degli Spagnoli e dei Francesi, e formò generazioni di streghe e stregoni che si opposero con i loro riti occulti “alla violenza dei piantatori europei, mediante la paura indotta nei bianchi dai loro incantesimi, dall’uso del veleno, dai sacrifici animali e forse umani”.

Questi brevi cenni (quasi tutti tratti da “Maghi, Sciamani e Stregoni” di Ermanno Gallo, ed. Piemme, Casale Monferrato 2000) hanno lo scopo di mostrare che il fenomeno “magia” è, oppure è stato, un’attività umana universale. In tale ottica va letto l’importante libro di Donato Bosca, intitolato Masca ghigna fàussa, che estende con nuove informazioni gli studi compiuti in passato dall’Autore sulle pratiche magiche nella zona delle Langhe e del territorio cuneese.


Donato Bosca è uno di quegli autori che hanno una passione integrale: la perseguono per tutta la vita e la fanno risplendere di luce propria. Le sue ricerche sul campo obbligano le Masche ad uscire dal solaio del folclore e dei ricordi più o meno caratteristici. Esse investono le relazioni sociali esistite in passato e quelle presenti. Perché di questo si tratta: esplorare i rapporti umani nelle loro cause e nei loro effetti, gli unici che contano per comprendere il tormento del mondo contemporaneo. E vedere, una volta usciti dai fumi irrazionali dell’immaginario popolare, quale insegnamento le Masche sono in grado di offrire oggi ai figli della logica, del secolo dei Lumi, della scienza, che noi riteniamo di essere.

Innanzi tutto: chi è la Masca, quali sono i sentimenti che la animano? Come si comporta? Di quali poteri è dotata?

Questa fattucchiera, che si aggira nei boschi notturni in compagnia di altre anime perverse, che organizza sabba indecenti dove gli istinti sessuali si scatenano irrefrenabili, questa creatura eretica che si avvolge nei panni del male e lo rappresenta, e che ha la subdola capacità di trasformarsi in gatto od in maiale, è in primo luogo una donna. Quando viene catturata e sottoposta a tortura, quando il potere dell’Inquisizione la porta su una catasta di legna e la fa risplendere di luce sinistra, è una donna che nella maga viene colpita.

Così nella strega è sconfitto il principio femminile. Viene annullato il potere dell’immaginazione, che è sostituito dalla dura legge, dall’ordine sovrano, dalla razionalità maschile degli uomini che esercitano il potere in nome di un Dio anch’esso virile. La cultura del tempo non aveva forse già pronunciato la sua sentenza? Jean Bodin, il pensatore politico che un secolo prima di Hobbes aveva sostenuto la necessità del potere assoluto del re, non aveva forse detto nella “Démomanie des Sorcières”: “Le donne si avvicinano più alla natura delle bestie; giusto ancora che Satanasso si rivolga prima alla femmina, da cui l’uomo fu sedotto”?.

La Masca rappresenta dunque un essere discriminato socialmente. Appartiene probabilmente agli strati più poveri della popolazione contadina. Emarginata in quanto donna e nelle proprie funzioni economiche, lo è anche culturalmente. Come potrebbe aderire ad una cultura che le è totalmente estranea? La Masca nuota controcorrente. Se Dio è soltanto un padre e attraverso i suoi rappresentanti in terra ignora le virtù femminili, ecco che la Masca diviene una seguace di Artemide, la Diana dei pagani latini che sovrintende agli animali selvatici. E’ sensibile al fascino della luna, di quella dea Selene che risplende magicamente sui boschi nelle notti di plenilunio e incanterà Leopardi nel “Canto del pastore errante dell’Asia”. Cartesio separa la “res cogitans” (il pensiero) dalla “res extensa” (la materia)? La Masca esalta, unici poteri che le siano concessi, l’immaginazione, l’imprevedibilità, l’oscurità della materia, il camuffamento ed il sogno. Detto in termini moderni, è la rivincita dell’emisfero destro del cervello umano sulla giurisdizione severa dell’emisfero sinistro, che presiede alle idee chiare e distinte del razionalista Cartesio.

In queste condizioni di subordinazione coatta, la Masca non può che sviluppare invidia e rancori nei confronti dell’ambiente umano che la esclude. Donato Bosca spiega l’etimologia della parola: che può derivare tanto dal termine “maschera” quanto dal verbo “mascar”, in uso nelle lingue spagnola e portoghese per significare il gesto di masticare, biascicare.

Entrambe le origini hanno un sapore di verità. Il primo termine allude alla necessità di camuffarsi, di mascherare i propri torbidi sentimenti per evitare di essere riconosciuta in quanto strega. La Masca sa bene i rischi che corre una persona all’opposizione di tutto l’esistente: si tratta di sopravvivenza. Lasciar trasparire la propria realtà interiore porterebbe alla rovina. La Masca non può essere altro che una “ghigna fàussa” per motivi di autoprotezione.

Il secondo termine, “mascar”, è allusivo delle formule di maledizione che vengono lanciate segretamente contro gli oggetti del proprio rancore. Possiamo immaginare le Masche che biascicano le formule magiche contenute nel Libro del Comando, il testo che contiene i segreti della perversione demoniaca, muovendo appena le labbra per non farsi riconoscere dai compaesani.

La Masca è una persona clandestina. Agisce di giorno ma si scatena di notte: i suoi domini sono l’oscurità e la natura selvaggia, luogo di forze primitive e misteriose, che incutono paura. Di fronte alla razionalità che si sta aprendo la strada, almeno in teoria, nella cultura del tardo medioevo, essa oppone le qualità della fantasia irrazionale. Con la Masca fa la sua comparsa il Demonio, portatore di caos, che va imbrigliato con le armi del controllo sociale, le quali comprendono la delazione, la tortura e l’estrema severità delle leggi, che colpiscono il Male assoluto con la bontà di mezzi coercitivi e crudeli, ma necessari, (si pensa), a ristabilire il fine ultimo del Bene e della Giustizia. Non è chi non veda l’analogia con le dittature che hanno funestato il mondo nel recente Novecento e l’irrazionalità degli avvenimenti, climatici e sociali, che hanno aperto il nuovo millennio, il quale dovrebbe inaugurare, secondo le promesse, una nuova era di saggezza.

Il grande merito di Donato Bosca è di impiegare i metodi di una scienza, l’antropologia culturale, per fare luce sugli aspetti torbidi che hanno inquinato l’animo umano nel passato, e sono ancora presenti oggi negli strati occulti della psiche, individuale e collettiva, dell’uomo contemporaneo.

Il suo metodo è impeccabile perché non presenta caratteri di astrazione. Egli parte da un territorio concreto, che ha i contorni delle Langhe e della provincia di Cuneo, per far rivivere l’Ombra nascosta nell’animo umano. Lo fa sollecitando la memoria collettiva con il procedimento delle interviste. Porta numerosi gruppi umani a partecipare alla elaborazione culturale, e così facendo li rende co-protagonisti della ricerca. Instaura una dialettica tra passato e presente. Ci attira verso le radici della nostra evoluzione storica. Ci invita a ideare dei rapporti umani che non siano illusori o aberranti. Infine attira la nostra attenzione suIle funzioni dell’irrazionale, del femminile e della fantasia nel mondo tecnologico. Il suo libro è un invito a cercare urgentemente, come voleva Vittorini, nuovi e più elevati compiti per la nostra specie.

Luciano Jolly

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Last modified 11-11-2005 17:22
 

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