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Viaggio privato

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MONOLOGO TEATRALE IN QUATTRO TEMPI DI MARISA FENOGLIO
VIAGGIO PRIVATO Marisa Fenoglio Ed. ArabAFenice, Boves 2004, pagg. 61, € 6,80. Ecco un bel monologo interiore che ha l'andamento di un racconto. L'ha scritto Marisa Fenoglio, sorella dell’autore de “ I 23 giorni della città di Alba ”. Diciamo subito che l’incontro con questo testo è emozionante: la letteratura è in grado di regalare questo genere di emozioni esaltanti, sottili, che riguardano il sentimento estetico. E’ come se l’autore continuasse a parlare dei posti dove hai passato la vita, con una voce diversa: quella femminile di una persona che porta il suo stesso sangue, anche il sangue culturale. Al contrario del celebre fratello, Marisa Fenoglio ha un modo di scrivere piano, garbato, quasi dolce. E’ una scrittura opposta a quella complessa, drammatica e dinamica, piena di tensioni linguistiche, che troviamo per esempio ne “ Il partigiano Johnny ”. Marisa ha il linguaggio pacato che si addice ad un periodo di pace. Anche lei usa dei termini inglesi, ma solo quelli accolti nell’uso quotidiano della nostra lingua: hostess, hangar, hallo, no smoking, exit, e che riguardano il mondo dei viaggi internazionali. “ Viaggio privato ” è il racconto di una normalità che appartiene ai tempi presenti. Il narratore è un uomo che si rivolge alla moglie per raccontarle lo svolgimento dei propri viaggi in aereo ed i ricordi che essi suscitano. E’ un “globe trotter” per dovere d’ufficio. Alto funzionario di qualche importante multinazionale, rappresenta una nuova categoria umana, quella dei “nomadi” - che si spostano ogni giorno per conto della ditta -, così efficacemente descritti da Bauman nello studio “ Dentro la globalizzazione ” (Laterza editore). La voce narrante del “ Viaggio privato ” è quella di un uomo “déraciné”. Egli passa la vita in aereo, tra le nuvole. Un giorno qui, un altro là. Non può esprimersi altro che per monologhi: gli manca l’interlocutore in carne ed ossa. Idealmente si rivolge alla moglie, che vive a terra e, stanca di solitudine, gli chiederà il divorzio. La sua condizione lavorativa lo sospinge a vivere nei ricordi: le analessi sono frequenti nella prosa di Marisa Fenoglio. Così l’aggettivo “privato” che appare nel titolo è da intendere non solo come “individuale”, ma anche come “sottratto” o “mancante”. I monologhi del personaggio possono essere visti come lettere mai spedite, o parole che non raggiungeranno l'interlocutore. L’origine di questo modo di raccontare è ne “ Le ultime lettere di Jacopo Ortis ”. Anche là vi è una solitudine, una sofferenza, un amore mancato. Foscolo esprimeva la condizione di un uomo in esilio, tema che sarà ripreso un secolo e mezzo più tardi da Albert Camus. Qui Marisa Fenoglio esprime la doppia solitudine di un uomo e di una donna separati dalle condizioni di lavoro vigenti nella nostra epoca: si usa parlare a questo proposito di flessibilità. Scrivere lettere alle persone che si amano, implica la distanza. Ogni romanzo epistolare (cfr. Jolly, La superficie delle cose ) esprime un’impossibilità della comunicazione diretta. Nel monologo interiore, che è stato l'attrezzo narrativo di Joyce e di Beckett, manca la parte fisica, l’aspetto corporeo della comunicazione. Marisa Fenoglio ha il merito di parlare di un dramma con un linguaggio pieno di grazia. Narra in punta di piedi, sottovoce, e attira ancor più la nostra attenzione sulla sostanza critica del nostro tempo di pace. Luciano Jolly
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Last modified 02-10-2005 13:05
 

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