Altra metà - recensione di Luciano Jolly
ALTRA META’
di Flavio Vacchetta
ed. Nerosubianco, Cuneo 2005, pagg. 45.
PUO’ LA SCRITTURA VINCERE LA DEPRESSIONE?
In questi versi di Altra Metà , Flavio Vacchetta esorcizza la morte. Lo fa con eleganza. La morte è la protagonista esplicita o implicita dei suoi pensieri, lo accompagna: c’è. E’ un merito non piccolo: la società di massa aveva promesso Sibari. Aveva detto: saremo tutti felici, è sufficiente comprare, vivere materialmente, possedere gli oggetti. Aveva annunciato: la morte non esiste, per così dire è morta. Invece era soltanto nascosta. Vacchetta, come per un gioco di prestigio, la fa riapparire. Adesso siamo informati. La morte non è un incidente strano, una stortura del caso. E’ lì, fa parte della vita. Ne è un aspetto fondamentale, si confonde con essa e ci pone degli interrogativi.
Ecco qualche esempio di questa presenza irritante:
“Oh, quieta morte / che rinvigorisci anime / nella scarna fossa / … oh, freddi cadaveri vissuti” (Emerso vivere). “Noi qui a mordere gli istanti della vita, / a pensare quasi morti, col corpo affossato in cenere” (Spiriti liberi). “Ti ho visto morire, uomo vero, / e sulla dolente lapide il mio sorriso” (A mio padre). “Débacle totale (sono quasi al capolinea)” (Débacle). “Riposerei in terra corrosa di mare / mosaico di fiori / dove i gabbiani liberi nidificano / su croci di cimitero” (Hambury). “Inebriarmi di mare, / il profumo / il fragore / e vomitarli / e annientarli. / Seppellirli” (Capo Mortola). “Eravamo polvere per deserto / siamo sabbia per fanciulli, / saremo terra da concime / certi del nostro nulla” (Notizia). “Noi, / prigionieri di urla crudeli, / ci avviciniamo alla morte / che ci riveste con ali di corvo” (Prigionieri). “Innaffio la mia luna / nella mesta Melanconia” (Fotografia di Tempo). “Quel cadavere tumulato nel giardino di Novellara / ha cominciato a germogliare” (Per Augusto). “La carta di un vaso / al cimitero sbriciola / il suono” (Carta velina). “Vita ingrata / evapori in un soffio” (Dolcezza). “Nel cerchio di latta / nasci / t’illudi / e sparisci / senza passaporto / di un idiota viaggio” (Senza titolo). “Al termine / la visita al cimitero / desolante” (Autunno a Bene Vagienna).
Raramente la fine del corpo fisico, che a molti credenti odierni appare come un non-senso, è stata rappresentata in poesia con più vigore. Più spesso è sottintesa, e dà luogo sia nella realtà che nell’arte ad un estenuante sentimento malinconico. Albinoni ne ha fatto un capolavoro nel suo celebre “Adagio”. In letteratura è alla base di molti smarrimenti, come Coletti ha dimostrato per quanto riguarda il Novecento italiano. Ma non mancano altri esempi.
Per illustrare la copertina della Nausea, edizione 1989, l’editore Gallimard ha scelto con perspicacia un’immagine di Dürer intitolata “Melanconia”. E’ una giovane signora dagli occhi corrucciati, con un serto vegetale in testa, e delle ali completamente ripiegate su se stesse, attaccate alle spalle. Nella mano destra tiene una sorta d’inutile scettro. Lo sguardo della giovane è al tempo stesso intenso e lontano. Il lato destro del suo corpo appare in ombra, ed il pugno sinistro è chiuso contro la tempia. Il capolavoro di Jean-Paul Sartre non poteva ricevere un commento più adeguato.
Ricordiamo che Roquentin, protagonista de La nausea, inizia il suo diario con queste parole: “Mi è capitato qualcosa, non posso più dubitarne. E’ giunta come una malattia, non come una certezza ordinaria, non come un’evidenza”. La malattia di cui Sartre soffriva nella realtà, quando iniziò a scrivere il romanzo che fu pubblicato nel 1938, si chiamava depressione. Oggi in Italia ne sono affetti dai 5 ai 10 milioni di persone, a seconda delle stime. La scrittura del libro contribuì al ricupero dell’equilibrio psichico di Sartre.
Un altro caso clamoroso è quello di Giacomo Leopardi. Nel 1819 il poeta ebbe una crisi che segnò un drastico cambiamento nella sua esistenza. Egli tentò di fuggire dalla casa paterna senza riuscirvi. Quell’anno perdette temporaneamente l’uso della vista. L’incidente ebbe serie ripercussioni sul suo umore, poiché la distrazione offerta dalla lettura dei suoi amati libri gli fu resa impossibile. Egli stesso, nello Zibaldone, descrive così l’avvenimento: “Cominciai ad abbandonare la speranza, a riflettere profondamente sulle cose”.
Sempre nello Zibaldone egli aggiunge: “La poesia malinconica e sentimentale è un respiro dell’anima. L’oppressione del cuore, o venga da qualunque passione, o dallo scoraggiamento della vita, e dal sentimento profondo della nullità delle cose, chiudendolo affatto, non lascia luogo a questo respiro” (citato da Elio Gioanola in “Psicanalisi e interpretazione letteraria”, ed. Jaca Book).
La domanda che possiamo formulare in seguito a questi due celebri esempi, è: può l’attività letteraria svolgere una funzione terapeutica? La risposta sembra positiva. Non va dimenticato che Roberto Assagioli, il creatore della Psicosintesi, include tra i mezzi di guarigione la musica, l’autobiografia e la biografia, la scrittura di un diario, la lettura (ad es. utilizzando la Leggenda del Graal e la Divina Commedia), l’uso dei simboli e dei colori.
Le immagini intense e musicali di Flavio Vacchetta ci richiamano opportunamente ad un fatto, il dover morire, che è stato represso nella società dei consumi. Sembrava che il mondo tecnologico ce ne mettesse al riparo per sempre. La poesia e la cronaca quotidiana, invece, s’incaricano di ricordarcene la presenza ingombrante. Che fare?
La mia risposta individuale è che ciascuno di noi ha il compito urgente di trovare un senso all’esistenza individuale. Oggi la nostra vita è troppo meccanica. Molti avvertono il peso insostenibile di questa assenza di significati.
Quando la mia vita è ricca di significato allora la morte diventa accettabile, perché ne costituisce la conclusione giusta e necessaria, come sapevano bene i contadini di Lev Tolstoj. La vera risposta al quesito della morte è: organizzarsi un’esistenza soddisfacente sotto tutti gli aspetti, il che prevede di aggiungere al piano materiale (predominante oggi), anche quello spirituale.
Luciano Jolly
di Flavio Vacchetta
ed. Nerosubianco, Cuneo 2005, pagg. 45.
PUO’ LA SCRITTURA VINCERE LA DEPRESSIONE?
In questi versi di Altra Metà , Flavio Vacchetta esorcizza la morte. Lo fa con eleganza. La morte è la protagonista esplicita o implicita dei suoi pensieri, lo accompagna: c’è. E’ un merito non piccolo: la società di massa aveva promesso Sibari. Aveva detto: saremo tutti felici, è sufficiente comprare, vivere materialmente, possedere gli oggetti. Aveva annunciato: la morte non esiste, per così dire è morta. Invece era soltanto nascosta. Vacchetta, come per un gioco di prestigio, la fa riapparire. Adesso siamo informati. La morte non è un incidente strano, una stortura del caso. E’ lì, fa parte della vita. Ne è un aspetto fondamentale, si confonde con essa e ci pone degli interrogativi.
Ecco qualche esempio di questa presenza irritante:
“Oh, quieta morte / che rinvigorisci anime / nella scarna fossa / … oh, freddi cadaveri vissuti” (Emerso vivere). “Noi qui a mordere gli istanti della vita, / a pensare quasi morti, col corpo affossato in cenere” (Spiriti liberi). “Ti ho visto morire, uomo vero, / e sulla dolente lapide il mio sorriso” (A mio padre). “Débacle totale (sono quasi al capolinea)” (Débacle). “Riposerei in terra corrosa di mare / mosaico di fiori / dove i gabbiani liberi nidificano / su croci di cimitero” (Hambury). “Inebriarmi di mare, / il profumo / il fragore / e vomitarli / e annientarli. / Seppellirli” (Capo Mortola). “Eravamo polvere per deserto / siamo sabbia per fanciulli, / saremo terra da concime / certi del nostro nulla” (Notizia). “Noi, / prigionieri di urla crudeli, / ci avviciniamo alla morte / che ci riveste con ali di corvo” (Prigionieri). “Innaffio la mia luna / nella mesta Melanconia” (Fotografia di Tempo). “Quel cadavere tumulato nel giardino di Novellara / ha cominciato a germogliare” (Per Augusto). “La carta di un vaso / al cimitero sbriciola / il suono” (Carta velina). “Vita ingrata / evapori in un soffio” (Dolcezza). “Nel cerchio di latta / nasci / t’illudi / e sparisci / senza passaporto / di un idiota viaggio” (Senza titolo). “Al termine / la visita al cimitero / desolante” (Autunno a Bene Vagienna).
Raramente la fine del corpo fisico, che a molti credenti odierni appare come un non-senso, è stata rappresentata in poesia con più vigore. Più spesso è sottintesa, e dà luogo sia nella realtà che nell’arte ad un estenuante sentimento malinconico. Albinoni ne ha fatto un capolavoro nel suo celebre “Adagio”. In letteratura è alla base di molti smarrimenti, come Coletti ha dimostrato per quanto riguarda il Novecento italiano. Ma non mancano altri esempi.
Per illustrare la copertina della Nausea, edizione 1989, l’editore Gallimard ha scelto con perspicacia un’immagine di Dürer intitolata “Melanconia”. E’ una giovane signora dagli occhi corrucciati, con un serto vegetale in testa, e delle ali completamente ripiegate su se stesse, attaccate alle spalle. Nella mano destra tiene una sorta d’inutile scettro. Lo sguardo della giovane è al tempo stesso intenso e lontano. Il lato destro del suo corpo appare in ombra, ed il pugno sinistro è chiuso contro la tempia. Il capolavoro di Jean-Paul Sartre non poteva ricevere un commento più adeguato.
Ricordiamo che Roquentin, protagonista de La nausea, inizia il suo diario con queste parole: “Mi è capitato qualcosa, non posso più dubitarne. E’ giunta come una malattia, non come una certezza ordinaria, non come un’evidenza”. La malattia di cui Sartre soffriva nella realtà, quando iniziò a scrivere il romanzo che fu pubblicato nel 1938, si chiamava depressione. Oggi in Italia ne sono affetti dai 5 ai 10 milioni di persone, a seconda delle stime. La scrittura del libro contribuì al ricupero dell’equilibrio psichico di Sartre.
Un altro caso clamoroso è quello di Giacomo Leopardi. Nel 1819 il poeta ebbe una crisi che segnò un drastico cambiamento nella sua esistenza. Egli tentò di fuggire dalla casa paterna senza riuscirvi. Quell’anno perdette temporaneamente l’uso della vista. L’incidente ebbe serie ripercussioni sul suo umore, poiché la distrazione offerta dalla lettura dei suoi amati libri gli fu resa impossibile. Egli stesso, nello Zibaldone, descrive così l’avvenimento: “Cominciai ad abbandonare la speranza, a riflettere profondamente sulle cose”.
Sempre nello Zibaldone egli aggiunge: “La poesia malinconica e sentimentale è un respiro dell’anima. L’oppressione del cuore, o venga da qualunque passione, o dallo scoraggiamento della vita, e dal sentimento profondo della nullità delle cose, chiudendolo affatto, non lascia luogo a questo respiro” (citato da Elio Gioanola in “Psicanalisi e interpretazione letteraria”, ed. Jaca Book).
La domanda che possiamo formulare in seguito a questi due celebri esempi, è: può l’attività letteraria svolgere una funzione terapeutica? La risposta sembra positiva. Non va dimenticato che Roberto Assagioli, il creatore della Psicosintesi, include tra i mezzi di guarigione la musica, l’autobiografia e la biografia, la scrittura di un diario, la lettura (ad es. utilizzando la Leggenda del Graal e la Divina Commedia), l’uso dei simboli e dei colori.
Le immagini intense e musicali di Flavio Vacchetta ci richiamano opportunamente ad un fatto, il dover morire, che è stato represso nella società dei consumi. Sembrava che il mondo tecnologico ce ne mettesse al riparo per sempre. La poesia e la cronaca quotidiana, invece, s’incaricano di ricordarcene la presenza ingombrante. Che fare?
La mia risposta individuale è che ciascuno di noi ha il compito urgente di trovare un senso all’esistenza individuale. Oggi la nostra vita è troppo meccanica. Molti avvertono il peso insostenibile di questa assenza di significati.
Quando la mia vita è ricca di significato allora la morte diventa accettabile, perché ne costituisce la conclusione giusta e necessaria, come sapevano bene i contadini di Lev Tolstoj. La vera risposta al quesito della morte è: organizzarsi un’esistenza soddisfacente sotto tutti gli aspetti, il che prevede di aggiungere al piano materiale (predominante oggi), anche quello spirituale.
Luciano Jolly