Solo Andata
SOLO ANDATA
righe che vanno troppo spesso a capo
Erri De Luca
Feltrinelli ed. 2005, pagg. 92, € 10,00.
Per trovare un equilibrio tra due opposti pericoli che ne insidiano lo stile, ogni poeta deve guardarsi sia dal linguaggio quotidiano, che banalizza la poesia, sia da quello astrattamente colto, che la rende gelida perché proviene dai libri. Il terreno nutritivo, in Erri De Luca, è la vita (il pensiero è di Gustav Jung: “Quasi si potrebbe dire che l’opera d’arte utilizza l’uomo e le sue disposizioni personali semplicemente come terreno nutritivo, impiegandone le energie secondo leggi proprie”). E’ una poesia impastata di umori, di fisicità, in cui il sangue scorre e parlano il corpo dell’uomo, della donna, e gli appetiti.
Poteva realizzare questo linguaggio vitale soltanto uno scrittore che, per lavoro, abbia tenuto in mano il volante di camion su piste africane, o innalzato pietre per costruire muri. Nel lavoro manuale sono implicate innumerevoli cose: il corpo, le sue sensazioni, la concretezza, la fatica, la durezza del vivere, che in genere non sono familiari ai poeti da tavolino. Non s’impara, e quindi non ci si esprime, soltanto con l’intelletto, dice Ouspensky. Lo si sente: la bellezza, che pure esiste intensamente nei versi di De Luca, non deriva dall’adesione a qualche canone estetico, ma piuttosto proviene dall’esperienza vissuta, che permette di comprendere: la sofferenza, il senso dell’esistere e del morire, la distinzione tra “etico” e “morale”.
“SOLO ANDATA” potrebbe essere un testo politico, ma di una politica che non esiste ancora: tutta com’è da inventare e da costruire, basata sulla compassione. In realtà è percorso da un forte sentimento etico, dalla partecipazione al dramma altrui, che diventa proprio (gli emigranti sul barcone, sorvegliati dagli scafisti: “Un’onda gli rovescia l’equilibrio, lo manda in bocca all’arma / quello spara, il colpo spinge e me lo butta in braccio. / Morto sfondato in petto, noi facciamo un rumore di foresta/ punta l’arma su noi, la tempesta ci copre. / Svestiamo l’ammazzato, l’anziano benedice a nostra usanza, / mezz’Africa battuta sotto i passi, morire senza posto per i piedi”). Questo senso della vita che sfuma per errore, per cecità, per ignoranza, illumina tutto il libro. Non vi è giudizio, né ricerca delle cause economiche e sociali che producono il dramma. Erri De Luca è un testimone. Partecipa, racconta, invita il lettore a darsi una ragione. A scoprire i perché, la malattia ed il rimedio.
Il corpo: “Sotto la tela fiati caldi ammalati, / le donne si dividono lo spazio, gli uomini fanno mucchio”.
Le condizioni di lavoro: “Minatore è stato mestiere di infilati vivi nella fossa comune / col pensiero di uscirne a fine orario”.
La fame: “Ma so meglio la tavola dove si strofina il fondo di scodella / con il pane e le dita arrugginite / mensa di panche basse a mezzogiorno / di fiati vergognosi di appetito”.
L’amore: “Quando saremo due saremo veglia e sonno, / affonderemo nella stessa polpa / come il dente di latte e il suo secondo, / saremo due come sono le acque, le dolci e le salate”.
Il futuro: “L’umanità sarà poca, meticcia, zingara / e andrà a piedi: Avrà per bottino la vita / la più grande ricchezza da trasmettere ai figli”.
E’ un libro da leggere in un “amen”: insegna a scrivere, e forse a vivere, poesia.
Luciano Jolly
righe che vanno troppo spesso a capo
Erri De Luca
Feltrinelli ed. 2005, pagg. 92, € 10,00.
Per trovare un equilibrio tra due opposti pericoli che ne insidiano lo stile, ogni poeta deve guardarsi sia dal linguaggio quotidiano, che banalizza la poesia, sia da quello astrattamente colto, che la rende gelida perché proviene dai libri. Il terreno nutritivo, in Erri De Luca, è la vita (il pensiero è di Gustav Jung: “Quasi si potrebbe dire che l’opera d’arte utilizza l’uomo e le sue disposizioni personali semplicemente come terreno nutritivo, impiegandone le energie secondo leggi proprie”). E’ una poesia impastata di umori, di fisicità, in cui il sangue scorre e parlano il corpo dell’uomo, della donna, e gli appetiti.
Poteva realizzare questo linguaggio vitale soltanto uno scrittore che, per lavoro, abbia tenuto in mano il volante di camion su piste africane, o innalzato pietre per costruire muri. Nel lavoro manuale sono implicate innumerevoli cose: il corpo, le sue sensazioni, la concretezza, la fatica, la durezza del vivere, che in genere non sono familiari ai poeti da tavolino. Non s’impara, e quindi non ci si esprime, soltanto con l’intelletto, dice Ouspensky. Lo si sente: la bellezza, che pure esiste intensamente nei versi di De Luca, non deriva dall’adesione a qualche canone estetico, ma piuttosto proviene dall’esperienza vissuta, che permette di comprendere: la sofferenza, il senso dell’esistere e del morire, la distinzione tra “etico” e “morale”.
“SOLO ANDATA” potrebbe essere un testo politico, ma di una politica che non esiste ancora: tutta com’è da inventare e da costruire, basata sulla compassione. In realtà è percorso da un forte sentimento etico, dalla partecipazione al dramma altrui, che diventa proprio (gli emigranti sul barcone, sorvegliati dagli scafisti: “Un’onda gli rovescia l’equilibrio, lo manda in bocca all’arma / quello spara, il colpo spinge e me lo butta in braccio. / Morto sfondato in petto, noi facciamo un rumore di foresta/ punta l’arma su noi, la tempesta ci copre. / Svestiamo l’ammazzato, l’anziano benedice a nostra usanza, / mezz’Africa battuta sotto i passi, morire senza posto per i piedi”). Questo senso della vita che sfuma per errore, per cecità, per ignoranza, illumina tutto il libro. Non vi è giudizio, né ricerca delle cause economiche e sociali che producono il dramma. Erri De Luca è un testimone. Partecipa, racconta, invita il lettore a darsi una ragione. A scoprire i perché, la malattia ed il rimedio.
Il corpo: “Sotto la tela fiati caldi ammalati, / le donne si dividono lo spazio, gli uomini fanno mucchio”.
Le condizioni di lavoro: “Minatore è stato mestiere di infilati vivi nella fossa comune / col pensiero di uscirne a fine orario”.
La fame: “Ma so meglio la tavola dove si strofina il fondo di scodella / con il pane e le dita arrugginite / mensa di panche basse a mezzogiorno / di fiati vergognosi di appetito”.
L’amore: “Quando saremo due saremo veglia e sonno, / affonderemo nella stessa polpa / come il dente di latte e il suo secondo, / saremo due come sono le acque, le dolci e le salate”.
Il futuro: “L’umanità sarà poca, meticcia, zingara / e andrà a piedi: Avrà per bottino la vita / la più grande ricchezza da trasmettere ai figli”.
E’ un libro da leggere in un “amen”: insegna a scrivere, e forse a vivere, poesia.
Luciano Jolly