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Armi e mestieri - Recensione di Luciano Jolly

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Le ultime poesie di Giampiero Neri
ARMI E MESTIERI
di Giampiero Neri
Mondadori ed. 2004, pagg. 63, € 9,40.


E’ un pomeriggio breve e speciale, per i cultori di poesia. Nella bella sala della Biblioteca civica di Fossano, Giampiero Neri viene da Erba per parlare di bellezza cioè, su scala individuale, dell’effimero. Il manifesto citava una conclusione del lituano Venceslas Milosz (poeta di lingua francese): che rimarrà della riluttante materia? “Al massimo, della bellezza”. Qualche decina di persone ha rinunciato alle bellezze dell’autunno piemontese, al cielo vasto e affascinante, per venire ad ascoltare il discorso sulle parole.

Neri ha una voce gradevole come la sua poesia. Parla di animali, dell’entomologo Jean-Henri Fabre che ha tenuto a battesimo il suo bisogno di sapere. Cita l’interesse giovanile per gli insetti. Elogia gli animali per la loro spontaneità e per la loro obbedienza alle leggi della vita. Dice che occorre usare le parole giuste: chiamare “branco” un gruppo di criminali, è portare offesa alla coerenza e alla giustezza delle bestie. E’ un conoscitore della cultura orientale: Confucio cercava soprattutto di portare ordine nell’universo caotico degli uomini.

Questa introduzione al mondo della sua poesia è coerente. Si potrebbe dire che Neri dà un nuovo valore ad una cosa dimenticata nei rapporti umani: la semplicità. Usa parole semplici con un tono di profondità. Elogia Dante perché ha limitato al minimo l’uso degli aggettivi. La semplicità,alla maniera di Confucio, è portatrice di ordine, tanto nella sintassi della poesia, quanto nella vita. Ritroviamo la stessa esigenza di una vita semplice nell’opera di Jung. Neri cita un verso di Dino Campana (che ripeto a memoria e può essere quindi inesatto): “Fabbricare, fabbricare, fabbricare: preferisco ascoltare il rumore del mare”.

La vita semplice è espressione del non agitarsi. La quiete dell’animo è un valore positivo, una sorta di garanzia contro le pericolose conseguenze del narcisismo. Il non-fare taoista fa qui capolino nei versi di Neri: “Del suo castello di spine / difesa di un tempo remoto, / ha fatto il nido la civetta, / ma i suoi nemici sono scomparsi / e tutto intorno / non c’è che sabbia e vento”.

Perché turbare la propria vita con una agitazione superflua? Tanti orrori della Storia sarebbero evitati. Questa idea era già stata espressa da Paul Klee, in un quadro intitolato “Perché corre?”. Un bovino rumina tranquillamente nel prato. Passa un uomo preso da una corsa frenetica. La mucca lo guarda piuttosto sorpresa. Che bisogno c’è di agitarsi a quel modo? L’uomo dev’essere un animale strano o sbagliato.

La poesia di Neri è semplice, ma non semplicistica. L’inanità degli sforzi umani, di cui parla Qohélet (il libro dell’Ecclesiaste) è ben presente nel suo poetare. Sullo sfondo vi è la morte, la cui previsione è accettata con un sorriso sulle labbra, benché implichi un certo dispiacere che spiega la malinconia presente nei suoi versi.

“La filarmonica locale / era dotata di zufoli di canna. / Si riuniva nelle occasioni / e nelle sere d’inverno, qualche volta, / si sentivano i passi sulla neve”.

E’ presente qui la lezione della poesia classica cinese. Le azioni sono consuete, umane (voglio dire: non alienate). Se ne coglie il valore profondo: in questa consuetudine risiede una familiarità, una dolcezza del vivere che esclude il dramma. Le scene sono dipinte con poche pennellate. C’è una serenità di fondo, un’importante accettazione del destino. Le liriche di Giampiero Neri sono brevi come l’esistenza stessa.

La sua poesia ci riporta alle cose essenziali e costituisce una proposta di vita. Non senza una divertente ironia, presente ad esempio nel titolo della raccolta: nella tradizionale espressione “arti e mestieri”, la parola arte viene sostituita da “arma”, molto più attuale nell’insensato agitarsi dell’uomo sulla scena del pianeta.

Luciano Jolly




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Last modified 21-10-2005 18:31
 

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