Gli inganni del mio tempo
GLI INGANNI DEL MIO TEMPO
Marco Carrara
Ed. MEF - L’Autore Libri Firenze 2005, pagg. 98, € 11,90.
Paul Verlaine si trovava in carcere, nel 1874, quando compose nove quartine, cui diede il titolo di “Arte Poetica”; non sapeva ancora che con quei 36 versi egli avrebbe dato l’avvio alla poesia moderna. Nel testo sono contenute alcune raccomandazioni per chi intende dedicarsi a questo antico genere letterario:
Musica, sovra ogni cosa;
Mettere qualche svista nella scelta delle parole;
Unire l’incerto al preciso;
Non curare il colore, ma la sfumatura;
Fuggire l’arguzia, strangolare l’eloquenza;
Usare la rima (“quel gioiello da un soldo”) con molta parsimonia.
Non tutti questi dettami sono osservati alla lettera da Marco Carrara. La sua musica è assai sincopata: occorrerebbe informarsi sulle preferenze che egli ha in questo campo. Alcuni dei suoi testi sembrano nati per fare da supporto ad una canzone: “Storie d’esseri umani / istanti mai specchiati / perduti ancora prima / d’essersi incontrati” (Vite parallele); oppure: “Un paio di scarpe nere / logore e impolverate, / dalla pelle raggrinzita / dallo stile sorpassato / per i dettami della moda.” (Scarpe).
Occorre ricordare che in origine la poesia greca era cantata. L’evento poetico si svolgeva quindi in pubblico, il quale seguiva la prosodia (il complesso sistema di regole che stabilivano la corretta lunghezza delle sillabe) attraverso le voci dei cantori. Oggi non è più così: la lettura è divenuta un fatto intimo, del tutto privato. L’orecchio, se interviene, è quello interiore di chi legge. L’occhio lo ha soppiantato nella fruizione del testo. Così Marco Ferrara sembra ricordarci la parentela antica tra il verso e la nota. Gli auguriamo di contribuire al ritorno di questa fausta tradizione, che potrebbe risultare importante per avvicinare il grande pubblico, oggi distratto dalle sirene di una miserabile cultura di massa, alla realtà dell’epoca in cui ci è dato di vivere.
Si direbbe che ci siano due anime in Marco Ferrara. Una è intima: gli affetti familiari, l’amore, la paternità, la natura vissuta individualmente (“Adoro immaginare/ il blu che svanisce / perduto d’orizzonti / in refusi di colore / mentre tra gli ulivi / si lagna il marino).
Ma il suo sguardo è soprattutto rivolto all’esterno. Allora si affaccia sulla pagina tutto il dolore cui è costretta una larga parte dell’umanità contemporanea. Allora avete la Shoa, le catastrofi quotidiane che si ripetono come un destino, il popolo palestinese senza terra e senza Stato, i campi di schiavitù della 2° guerra mondiale, la prostituzione di massa, la guerra dei poveri … Si avvertono in lui la sincerità della passione, lo sdegno per l’ingiustizia, la voglia di un mondo migliore. Questa piena di sentimenti lo spinge, quando tratta temi storici o sociali, a scaricare nel verso, con la potenza di un cortocircuito, il suo sentire. Forse giudica la metafora indegna di esprimere la sofferenza umana, e questo costituisce un limite posto tra lui e le leggi del fatto estetico. La sua grandezza consiste nel ricordare ai poeti che non esiste soltanto il lato individuale della vita. Siamo un animale sociale, sosteneva Aristotele, e questo vale soprattutto oggi poiché la globalizzazione ci lega gli uni agli altri con fili visibili e occulti. I poeti di oggi, dice Marco Carrara, “tentano d’offuscare / la realtà che incombe / fasciata tra le nuvole / d’una loro angoscia”. Ha pienamente ragione e suscita il nostro accordo.
Luciano Jolly
Marco Carrara
Ed. MEF - L’Autore Libri Firenze 2005, pagg. 98, € 11,90.
Paul Verlaine si trovava in carcere, nel 1874, quando compose nove quartine, cui diede il titolo di “Arte Poetica”; non sapeva ancora che con quei 36 versi egli avrebbe dato l’avvio alla poesia moderna. Nel testo sono contenute alcune raccomandazioni per chi intende dedicarsi a questo antico genere letterario:
Musica, sovra ogni cosa;
Mettere qualche svista nella scelta delle parole;
Unire l’incerto al preciso;
Non curare il colore, ma la sfumatura;
Fuggire l’arguzia, strangolare l’eloquenza;
Usare la rima (“quel gioiello da un soldo”) con molta parsimonia.
Non tutti questi dettami sono osservati alla lettera da Marco Carrara. La sua musica è assai sincopata: occorrerebbe informarsi sulle preferenze che egli ha in questo campo. Alcuni dei suoi testi sembrano nati per fare da supporto ad una canzone: “Storie d’esseri umani / istanti mai specchiati / perduti ancora prima / d’essersi incontrati” (Vite parallele); oppure: “Un paio di scarpe nere / logore e impolverate, / dalla pelle raggrinzita / dallo stile sorpassato / per i dettami della moda.” (Scarpe).
Occorre ricordare che in origine la poesia greca era cantata. L’evento poetico si svolgeva quindi in pubblico, il quale seguiva la prosodia (il complesso sistema di regole che stabilivano la corretta lunghezza delle sillabe) attraverso le voci dei cantori. Oggi non è più così: la lettura è divenuta un fatto intimo, del tutto privato. L’orecchio, se interviene, è quello interiore di chi legge. L’occhio lo ha soppiantato nella fruizione del testo. Così Marco Ferrara sembra ricordarci la parentela antica tra il verso e la nota. Gli auguriamo di contribuire al ritorno di questa fausta tradizione, che potrebbe risultare importante per avvicinare il grande pubblico, oggi distratto dalle sirene di una miserabile cultura di massa, alla realtà dell’epoca in cui ci è dato di vivere.
Si direbbe che ci siano due anime in Marco Ferrara. Una è intima: gli affetti familiari, l’amore, la paternità, la natura vissuta individualmente (“Adoro immaginare/ il blu che svanisce / perduto d’orizzonti / in refusi di colore / mentre tra gli ulivi / si lagna il marino).
Ma il suo sguardo è soprattutto rivolto all’esterno. Allora si affaccia sulla pagina tutto il dolore cui è costretta una larga parte dell’umanità contemporanea. Allora avete la Shoa, le catastrofi quotidiane che si ripetono come un destino, il popolo palestinese senza terra e senza Stato, i campi di schiavitù della 2° guerra mondiale, la prostituzione di massa, la guerra dei poveri … Si avvertono in lui la sincerità della passione, lo sdegno per l’ingiustizia, la voglia di un mondo migliore. Questa piena di sentimenti lo spinge, quando tratta temi storici o sociali, a scaricare nel verso, con la potenza di un cortocircuito, il suo sentire. Forse giudica la metafora indegna di esprimere la sofferenza umana, e questo costituisce un limite posto tra lui e le leggi del fatto estetico. La sua grandezza consiste nel ricordare ai poeti che non esiste soltanto il lato individuale della vita. Siamo un animale sociale, sosteneva Aristotele, e questo vale soprattutto oggi poiché la globalizzazione ci lega gli uni agli altri con fili visibili e occulti. I poeti di oggi, dice Marco Carrara, “tentano d’offuscare / la realtà che incombe / fasciata tra le nuvole / d’una loro angoscia”. Ha pienamente ragione e suscita il nostro accordo.
Luciano Jolly