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La nuovissima Poesia russa

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LA NUOVISSIMA POESIA RUSSA
A cura di Mauro Martini
Ed. Einaudi 2005, pagg. 281, € 15,50


Raramente accade, in poesia, di assistere ad uno spettacolo di bellezza formale e desolazione come in questi giovani poeti russi. Hanno meno di 40 anni. Due sono finiti suicidi. Due altri sono morti in altrettanti incidenti d’auto. Viene alla mente una malattia psichica, che con un termine un po’ pomposo si chiama “traumatofilia”. Consiste nel procurarsi, inconsciamente, delle ferite perché ci si giudica indegni. Qui le ferite sono state irrevocabili. Affinché non si creda che il suicidio fosse dovuto ad un semplice momento di sconforto, si prenda il caso di Boris Ryžyj. Aveva scritto: “Mi avvicino allo specchio / e copro di me tutta la tristezza”; “Ma noi già voliamo in una sfera di vetro / Addio, terra! / A tutti è indifferente dove si va, e a me tanto più, / va bene tutto”; “Sto disteso e penso: forse / queste stesse lenzuola bianche / ieri hanno avvolto colui che oggi / se ne è andato all’altro mondo”; “Non ti salverà più né l’onda del mare, / né il cielo stellato”. Commenta il curatore della raccolta: “Il suo impegno [di Ryžyj] si è concentrato, ossessivamente e quindi pericolosamente, nell’esplorare le potenzialità del verso come antidoto alla morte, dando per scontata la sua impraticabilità come viatico alla vita”. Il fallimento del secondo obiettivo ha attivato il fallimento del primo. Ryžyj ha preparato meticolosamente la propria fine, come si fa compiendo un rito. Non riuscendo a diventare padrone della propria vita, ha tentato almeno di controllare ogni particolare della sua fine …

Qualche altra citazione ci darà la misura del clima umano che deve regnare nella Russia post-sovietica: “Il bruco si trasforma in farfalla / che vola istericamente e senza scopo. […] Le ali sbattono spargendo colori. / La loro essenza è cenere e scorza”. “Sei nessuno, sei senza motivo, senza luogo, senza meta. Sei mortale. E l’eternità non ti riguarda” (Alina Vituchnovskaja). “ … sei da me vulnerata – così vicino, / come la tua giovinezza, straziata / da un pianeta selvaggio, e la croce / della tua incompletezza mi piega / mi piega la schiena” (Ol’ga Grebennikova). “Difficilmente sarò salvata. / Soltanto a questo non potrò sfuggire. / intrecciare senza fermarmi tutta la vita / gli abbracci delle ortiche / e non fare in tempo a finire” (Aleksandra Močalova). “Io stessa non so quel che scrivo … / Va, come la vita, / senza un sogno, senza un senso” (Marina Gol’denberg). “oh-ou-ou-yeah / … / oj-joj-jo-jo-jo-jo / debolment’e / non così, non questo » (Dar’ja Sukhovei). “La freccia colpisce la mela, spremendone a fatica le stanche code di pavone del succo” (Andrej Sen-Sen’kov). “la differenza tra / si è risvegliato / e si è fatto accendere una sigaretta dall’agosto” (Igor’ Davletšin). “Tu sei divina. Vera come l’acqua di una pozza. / Benché tu odori, per essere sinceri, di ossa cremate” (Dimitrij Bannikov). “le colonie coralline, costruitesi un’ossatura, / ogni venticinque anni o giù di lì muoiono, lasciando / dietro di sé uno scheletro o giù di lì” (Marianna Gejde).

Aleggia in questi versi una gelida mancanza di significato della vita, un’assurdità mortuaria, una mancanza di unità con il vivente, di cui sarebbe interessante esplorare le origini nella storia remota e recente della Russia.

L.J.
Created by admin
Last modified 29-07-2005 09:15
 

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