La Soglia
Un nuovo modo di fare teatro che parte dalla realtà effettuale
LA SOGLIA
Testi di Grazia Isoardi e Fabio Ferrero
Fotografie di Paolo Ranzani
ed. Gribaudo, Savigliano 2004, pagg. 127.
Sono passati oltre 240 anni, un quarto di millennio, da quando Cesare Beccaria pubblicò nel 1764 “Dei delitti e delle pene,” il libro che emozionò l’Europa intera, dalla Spagna fino alla Russia zarista: quel mondo in cui l’ancien régime aristocratico, senza ancora immaginarlo, aveva cominciato ad entrare in agonia.
Cesare Beccaria, che sarebbe diventato il nonno materno di Alessandro Manzoni, parlava di ciò che era sotto gli occhi di tutti, ma nessuno aveva il coraggio di denunciare: le atrocità del sistema giudiziario, il libero uso della tortura ai fini del potere, il criterio punitivo assegnato alla “giustizia”.
Dopo due secoli e mezzo, siamo di nuovo ad interrogarci sul significato della punizione carceraria. La prigione, che cosa rappresenta oggi? Una vendetta, una misura di sicurezza per la tranquillità di chi vive “fuori”, o una rigenerazione per chi sta “dentro”?
Il futuro dell’istituzione è allarmante. Nel suo libro “Dentro la globalizzazione” (ed. Laterza), Zygmunt Bauman descrive qual è la tendenza in atto negli Usa per quanto riguarda le prigioni: “Tra le mura di cemento armato della prigione di Pelican Bay non viene svolto alcun lavoro produttivo … in realtà, per i condannati, Pelican Bay è la scuola del nulla … ciò che i reclusi della prigione di Pelican Bay fanno nelle loro celle solitarie non conta. Ciò che conta è che stiano lì. La prigione di Pelican Bay non è stata progettata come un luogo di disciplina o di lavoro organizzato, ma come un luogo di esclusione, per persone abituate al loro stato di esclusi”.
Abbiamo ragione di temere che, nonostante la voce di Beccaria, questa sarà la tendenza per il prossimo futuro. Ma ecco apparire un nuovo libro in controtendenza. E’ una testimonianza dal Carcere di Saluzzo. Si chiama “La Soglia” ed è l’espressione del coraggio civile, della passione di chi, con un linguaggio pacato che ricorda in un certo senso quello di Silvio Pellico, si ostina a considerare i detenuti come delle persone umane. E’ un libro straordinario perché tocca subito il cuore di chi legge. Non contiene una sola parola superflua. Dice tutto con il minimo di immagini e di parole possibili.
Ma lasciamo parlare chi nel carcere ci vive, in primo luogo i prigionieri della Casa di Reclusione di Saluzzo:
“Porte. Porte che si chiudono, porte che si aprono. Si chiudono, più che aprirsi. Si chiudono alle spalle. Le spalle si chiudono in un ultimo gesto di stizza: ma sì! Ci si abitua a non possedere chiavi di porte. Chiavi di entrata. Chiavi di uscita” (Luigi).
“Il carcere è in realtà una vera e propria scuola di delinquenza, un ufficio di collocamento del crimine, dove si instaurano rapporti, legami e amicizie con rappresentanti e manovalanze di ogni tipo di traffico e attività illecite, di ogni genere di provenienza e nazionalità” (Pasquale).
“Capirò qualcosa solo quando ammetterò di essere un piccolo uomo su un palcoscenico chiamato “mondo”, fatto di colori, odori, muri imbrattati di sangue, illusioni, gente disposta ad uccidere e ad amare senza provare emozioni” (Giuseppe e Gianni).
“Dopo l’arresto nacque e crebbe in me una depressione spaventosa, per compensarla mi sfogavo con il cibo con il risultato di essere ingrassato di 35 chili. Con il passare del tempo, più mi vedevo grasso e più mi deprimevo, più mi deprimevo e più mangiavo” (Demy).
La direttrice del Carcere di Saluzzo, Marta Costantino, scrive: “L’enorme numero di regole che inevitabilmente governano l’istituto (ogni cosa, dal mangiare al passeggiare, al fare una doccia, fino all’incontro con le persone a cui si vuol bene, è scandito da orari e riti molto precisi) … vi è la costrizione dei gesti, dei movimenti, delle parole, una costrizione che permea fino all’ultimo secondo della quotidianità e che spesso finisce per trasformarsi in una forma di auto-censura …
“Non ci si può lasciar andare. Indossare una maschera, recitare una parte è spesso l’unico modo di sopravvivere e di gestire i rapporti con i propri compagni e l’istituzione”.
Per dare una risposta a questa mortificazione dei corpi e delle anime un gruppo di persone, tra cui Grazia Isoardi, Fabio Ferrero ed il regista giapponese Koji Miyazaki, hanno ottenuto l’autorizzazione a portare il teatro in carcere: è nato un laboratorio che ha coinvolto i prigionieri. Da passivi oggetti delle norme carcerarie, si sono trasformati in soggetti che esprimono le proprie emozioni a lungo represse.
“E’ cominciato tutto così, per caso. Il tempo non passava, mi annoiavo, cercavo qualcosa da fare ed ecco che vedo nella bacheca in sezione la proposta per un corso di teatro. Ho pensato “per continuare a far niente posso iscrivermi a questo laboratorio … sono un po’ timido, un po’ chiuso, questo magari mi servirà a qualcosa … se non altro a distrarmi dalla monotonia quotidiana” dice Ilario.
E Demetrio aggiunge: “Fare teatro significa trasmettere i sentimenti e le emozioni che hai dentro e questo ti fa salire l’adrenalina fin sopra i capelli. Ti mette a confronto con le tue paure, con la vita di tutti i giorni, con gli altri”.
“Il primo incontro di laboratorio l’ho vissuto con diffidenza perché pensavo fosse un incontro terapeutico e psicologico. Loro sono i dottori e io l’animale da osservare, giudicare per controllare se il mio modo di pensare fosse cambiato in meglio” asserisce Luigi.
Il pensiero di Bakary: “Il teatro è vivo o morto? E’ vivo perché siamo tutti artisti senza esserne consapevoli. E non può morire perché tanti sono i suoi discepoli, e io sono uno di quelli. Come voi”.
Ecco come Grazia Isoardi e Fabio Ferrero, con la partecipazione dei detenuti, hanno riassunto un sentimento assai diffuso nel Carcere : “Mi sento impotente. Il tempo mi fa paura. Mi fa paura il caos che c’è in me quando mi fermo a pensare. In carcere il pensare non si ferma mai. E’ infinito. Mi fa paura la società. Mi fa paura l’apparenza. Mi fa paura ciò che si vede. Mi fa paura sapere che c’è tutto un mondo che siamo costretti a dimenticare per non avere paura. Mi fai paura tu, mi fate paura voi. Ma non bisogna avere paura … Ognuno di noi è un essere. Io sono un essere. Tu sei un essere esattamente come me”.
La repressione sessuale: “Dieci giornali porno non bastano per non dimenticare come è fatta una donna. Dieci, cento giornali porno non bastano a saziare la mia voglia. Il tuo, il ricordo del tuo corpo mi sta uccidendo. Lo cerco ogni volta che sfioro una foto con il dito. Muoio, lentamente, ogni volta che nei sogni, sul muro ti incontro. Muoio, lentamente, ogni volta che mi sporco quando vengo. Quando chiudo gli occhi e sento l’odore della tua pelle. Perché è lì che voglio venire, sulla tua pelle. Fino a morire, morire tra le tue gambe”.
Questo è un libro magnifico, un fiore raro nel nostro panorama letterario. Si legge di volata, in un’ora. Il suo folgorante potere di sintesi fa apparire le disperate riflessioni sulla parola, fatte per tutto il Novecento da filosofi e poeti, come vane masturbazioni mentali. Qui la parola riacquista un senso. Significa qualcosa di preciso, di tanto reale che si può toccare con mano. Le splendide foto di Paolo Ranzani vanno aldilà delle mura di una prigione. Sono il segno che illustra una condizione umana più generale, che in un modo o nell’altro ci riguarda tutti.
Luciano Jolly
Testi di Grazia Isoardi e Fabio Ferrero
Fotografie di Paolo Ranzani
ed. Gribaudo, Savigliano 2004, pagg. 127.
Sono passati oltre 240 anni, un quarto di millennio, da quando Cesare Beccaria pubblicò nel 1764 “Dei delitti e delle pene,” il libro che emozionò l’Europa intera, dalla Spagna fino alla Russia zarista: quel mondo in cui l’ancien régime aristocratico, senza ancora immaginarlo, aveva cominciato ad entrare in agonia.
Cesare Beccaria, che sarebbe diventato il nonno materno di Alessandro Manzoni, parlava di ciò che era sotto gli occhi di tutti, ma nessuno aveva il coraggio di denunciare: le atrocità del sistema giudiziario, il libero uso della tortura ai fini del potere, il criterio punitivo assegnato alla “giustizia”.
Dopo due secoli e mezzo, siamo di nuovo ad interrogarci sul significato della punizione carceraria. La prigione, che cosa rappresenta oggi? Una vendetta, una misura di sicurezza per la tranquillità di chi vive “fuori”, o una rigenerazione per chi sta “dentro”?
Il futuro dell’istituzione è allarmante. Nel suo libro “Dentro la globalizzazione” (ed. Laterza), Zygmunt Bauman descrive qual è la tendenza in atto negli Usa per quanto riguarda le prigioni: “Tra le mura di cemento armato della prigione di Pelican Bay non viene svolto alcun lavoro produttivo … in realtà, per i condannati, Pelican Bay è la scuola del nulla … ciò che i reclusi della prigione di Pelican Bay fanno nelle loro celle solitarie non conta. Ciò che conta è che stiano lì. La prigione di Pelican Bay non è stata progettata come un luogo di disciplina o di lavoro organizzato, ma come un luogo di esclusione, per persone abituate al loro stato di esclusi”.
Abbiamo ragione di temere che, nonostante la voce di Beccaria, questa sarà la tendenza per il prossimo futuro. Ma ecco apparire un nuovo libro in controtendenza. E’ una testimonianza dal Carcere di Saluzzo. Si chiama “La Soglia” ed è l’espressione del coraggio civile, della passione di chi, con un linguaggio pacato che ricorda in un certo senso quello di Silvio Pellico, si ostina a considerare i detenuti come delle persone umane. E’ un libro straordinario perché tocca subito il cuore di chi legge. Non contiene una sola parola superflua. Dice tutto con il minimo di immagini e di parole possibili.
Ma lasciamo parlare chi nel carcere ci vive, in primo luogo i prigionieri della Casa di Reclusione di Saluzzo:
“Porte. Porte che si chiudono, porte che si aprono. Si chiudono, più che aprirsi. Si chiudono alle spalle. Le spalle si chiudono in un ultimo gesto di stizza: ma sì! Ci si abitua a non possedere chiavi di porte. Chiavi di entrata. Chiavi di uscita” (Luigi).
“Il carcere è in realtà una vera e propria scuola di delinquenza, un ufficio di collocamento del crimine, dove si instaurano rapporti, legami e amicizie con rappresentanti e manovalanze di ogni tipo di traffico e attività illecite, di ogni genere di provenienza e nazionalità” (Pasquale).
“Capirò qualcosa solo quando ammetterò di essere un piccolo uomo su un palcoscenico chiamato “mondo”, fatto di colori, odori, muri imbrattati di sangue, illusioni, gente disposta ad uccidere e ad amare senza provare emozioni” (Giuseppe e Gianni).
“Dopo l’arresto nacque e crebbe in me una depressione spaventosa, per compensarla mi sfogavo con il cibo con il risultato di essere ingrassato di 35 chili. Con il passare del tempo, più mi vedevo grasso e più mi deprimevo, più mi deprimevo e più mangiavo” (Demy).
La direttrice del Carcere di Saluzzo, Marta Costantino, scrive: “L’enorme numero di regole che inevitabilmente governano l’istituto (ogni cosa, dal mangiare al passeggiare, al fare una doccia, fino all’incontro con le persone a cui si vuol bene, è scandito da orari e riti molto precisi) … vi è la costrizione dei gesti, dei movimenti, delle parole, una costrizione che permea fino all’ultimo secondo della quotidianità e che spesso finisce per trasformarsi in una forma di auto-censura …
“Non ci si può lasciar andare. Indossare una maschera, recitare una parte è spesso l’unico modo di sopravvivere e di gestire i rapporti con i propri compagni e l’istituzione”.
Per dare una risposta a questa mortificazione dei corpi e delle anime un gruppo di persone, tra cui Grazia Isoardi, Fabio Ferrero ed il regista giapponese Koji Miyazaki, hanno ottenuto l’autorizzazione a portare il teatro in carcere: è nato un laboratorio che ha coinvolto i prigionieri. Da passivi oggetti delle norme carcerarie, si sono trasformati in soggetti che esprimono le proprie emozioni a lungo represse.
“E’ cominciato tutto così, per caso. Il tempo non passava, mi annoiavo, cercavo qualcosa da fare ed ecco che vedo nella bacheca in sezione la proposta per un corso di teatro. Ho pensato “per continuare a far niente posso iscrivermi a questo laboratorio … sono un po’ timido, un po’ chiuso, questo magari mi servirà a qualcosa … se non altro a distrarmi dalla monotonia quotidiana” dice Ilario.
E Demetrio aggiunge: “Fare teatro significa trasmettere i sentimenti e le emozioni che hai dentro e questo ti fa salire l’adrenalina fin sopra i capelli. Ti mette a confronto con le tue paure, con la vita di tutti i giorni, con gli altri”.
“Il primo incontro di laboratorio l’ho vissuto con diffidenza perché pensavo fosse un incontro terapeutico e psicologico. Loro sono i dottori e io l’animale da osservare, giudicare per controllare se il mio modo di pensare fosse cambiato in meglio” asserisce Luigi.
Il pensiero di Bakary: “Il teatro è vivo o morto? E’ vivo perché siamo tutti artisti senza esserne consapevoli. E non può morire perché tanti sono i suoi discepoli, e io sono uno di quelli. Come voi”.
Ecco come Grazia Isoardi e Fabio Ferrero, con la partecipazione dei detenuti, hanno riassunto un sentimento assai diffuso nel Carcere : “Mi sento impotente. Il tempo mi fa paura. Mi fa paura il caos che c’è in me quando mi fermo a pensare. In carcere il pensare non si ferma mai. E’ infinito. Mi fa paura la società. Mi fa paura l’apparenza. Mi fa paura ciò che si vede. Mi fa paura sapere che c’è tutto un mondo che siamo costretti a dimenticare per non avere paura. Mi fai paura tu, mi fate paura voi. Ma non bisogna avere paura … Ognuno di noi è un essere. Io sono un essere. Tu sei un essere esattamente come me”.
La repressione sessuale: “Dieci giornali porno non bastano per non dimenticare come è fatta una donna. Dieci, cento giornali porno non bastano a saziare la mia voglia. Il tuo, il ricordo del tuo corpo mi sta uccidendo. Lo cerco ogni volta che sfioro una foto con il dito. Muoio, lentamente, ogni volta che nei sogni, sul muro ti incontro. Muoio, lentamente, ogni volta che mi sporco quando vengo. Quando chiudo gli occhi e sento l’odore della tua pelle. Perché è lì che voglio venire, sulla tua pelle. Fino a morire, morire tra le tue gambe”.
Questo è un libro magnifico, un fiore raro nel nostro panorama letterario. Si legge di volata, in un’ora. Il suo folgorante potere di sintesi fa apparire le disperate riflessioni sulla parola, fatte per tutto il Novecento da filosofi e poeti, come vane masturbazioni mentali. Qui la parola riacquista un senso. Significa qualcosa di preciso, di tanto reale che si può toccare con mano. Le splendide foto di Paolo Ranzani vanno aldilà delle mura di una prigione. Sono il segno che illustra una condizione umana più generale, che in un modo o nell’altro ci riguarda tutti.
Luciano Jolly