Dibattito sulla Poetica
Area di libera discussione sul tema della poetica di ciascun Socio
27-10-2005
La poetica di Luciano Jolly
L’articolo sulla “poetica” che ho ricevuto da Sergio Gallo (lo pregherò di inviarlo a ciascuno di voi) è una buona occasione per iniziare un dibattito su ciò che intendiamo per poesia nel mondo moderno.
Ho inserito di proposito questa aggettivazione, “mondo moderno”, perché il contesto in cui oggi opera il poeta mi appare il contrario della poesia. (Per evitare ripetizioni, vi prego di confrontare lo studio sul contesto nel capitolo iniziale de “La Pelle illuminata”). Aggiungo solo che l’uomo vive nel contesto, lo assorbe, succhia il contesto come un acido latte materno.
Il mondo attuale mi appare infatti come il regno della Prosa (cfr. La “Lettera ai poeti futuri” che potete trovare su Parole di Seta).
La vita ordinaria è prosaica, nel senso che sottostà alle leggi dell’utilitarismo. Tutto è vendibile e comprabile, compresa la coscienza degli uomini eterodiretti. Si può comprare o prendere in affitto il loro modo di pensare e di orientarsi nella vita. Gli avvenimenti sono prevedibili: le guerre si ripetono, le reazioni del cuore sono sempre quelle e in definitiva tutto diventa monotono. Sento la vita attuale come meccanica, priva di una libertà più alta, fatta di abitudini che portano le collettività e gli individui lontani da se stessi.
Le persone sono invitate a volgere lo sguardo altrove da sé, verso il mondo degli oggetti utili (o inutili). “Guardarsi dentro” incute paura. Il rischio dell’essere umano è di trasformarsi progressivamente in robot. Adesso la poesia è per me il contrario di tutto questo. E’ gentilezza, senso del bello, movimento, consapevolezza delle numerose forme assunte dalla verità, profondità, essenza, invenzione, salto nell’imprevisto, gioco, regno dell’intuizione.
Alla poesia chiedo di essere sintetica, le chiedo di dire molto (circa la natura umana) in poche parole. L’essenza delle cose è come un corto-circuito, non ha bisogno di lunghi discorsi. La brevità è la forza della poesia, il suo tratto caratteristico, il suo fascino personale. La poesia è un lampo che rischiara e dura pochi secondi lasciando effetti durevoli.
Per realizzare ciò, il poeta ha bisogno di un alto grado di conoscenza. Di che cosa? Per esempio dell’origine storica della forma dei suoi versi (Storia della Letteratura). Conoscere in quale modo è possibile comporli (Retorica). Sapere chi è l’uomo che fa il poeta (Terapia personale, cfr. l’Albero della Letteratura su www.jollymass.org alla voce Siddh-Arte). Imparare la complessità del mondo e delle leggi che lo governano (Sociologia, Economia politica).
Il poeta ha la responsabilità d’informare gli altri circa la propria visione delle cose, affinché il lettore possa orientarsi nel casino generale del mondo. Poiché la poesia è una forma di comunicazione, non sarebbe male se chi scrive avesse un’idea di che cosa sono i rapporti e le relazioni corrette, in modo che il lettore possa trarne qualche utilità. La poesia ha un suo lato pedagogico.
La poesia non è da prendere oggi molto sul serio. Ha una portata limitatissima. Il ruolo del poeta nella società è del tutto marginale.
Infine lo sguardo del poeta dovrebbe essere ampio, a 360 gradi intorno a sé. La globalizzazione economica ha modificato il nostro modo di percepire la realtà. Parlare soltanto di Langhe, o di me, non è più all’altezza dei tempi.
Lucano Jolly
Ho inserito di proposito questa aggettivazione, “mondo moderno”, perché il contesto in cui oggi opera il poeta mi appare il contrario della poesia. (Per evitare ripetizioni, vi prego di confrontare lo studio sul contesto nel capitolo iniziale de “La Pelle illuminata”). Aggiungo solo che l’uomo vive nel contesto, lo assorbe, succhia il contesto come un acido latte materno.
Il mondo attuale mi appare infatti come il regno della Prosa (cfr. La “Lettera ai poeti futuri” che potete trovare su Parole di Seta).
La vita ordinaria è prosaica, nel senso che sottostà alle leggi dell’utilitarismo. Tutto è vendibile e comprabile, compresa la coscienza degli uomini eterodiretti. Si può comprare o prendere in affitto il loro modo di pensare e di orientarsi nella vita. Gli avvenimenti sono prevedibili: le guerre si ripetono, le reazioni del cuore sono sempre quelle e in definitiva tutto diventa monotono. Sento la vita attuale come meccanica, priva di una libertà più alta, fatta di abitudini che portano le collettività e gli individui lontani da se stessi.
Le persone sono invitate a volgere lo sguardo altrove da sé, verso il mondo degli oggetti utili (o inutili). “Guardarsi dentro” incute paura. Il rischio dell’essere umano è di trasformarsi progressivamente in robot. Adesso la poesia è per me il contrario di tutto questo. E’ gentilezza, senso del bello, movimento, consapevolezza delle numerose forme assunte dalla verità, profondità, essenza, invenzione, salto nell’imprevisto, gioco, regno dell’intuizione.
Alla poesia chiedo di essere sintetica, le chiedo di dire molto (circa la natura umana) in poche parole. L’essenza delle cose è come un corto-circuito, non ha bisogno di lunghi discorsi. La brevità è la forza della poesia, il suo tratto caratteristico, il suo fascino personale. La poesia è un lampo che rischiara e dura pochi secondi lasciando effetti durevoli.
Per realizzare ciò, il poeta ha bisogno di un alto grado di conoscenza. Di che cosa? Per esempio dell’origine storica della forma dei suoi versi (Storia della Letteratura). Conoscere in quale modo è possibile comporli (Retorica). Sapere chi è l’uomo che fa il poeta (Terapia personale, cfr. l’Albero della Letteratura su www.jollymass.org alla voce Siddh-Arte). Imparare la complessità del mondo e delle leggi che lo governano (Sociologia, Economia politica).
Il poeta ha la responsabilità d’informare gli altri circa la propria visione delle cose, affinché il lettore possa orientarsi nel casino generale del mondo. Poiché la poesia è una forma di comunicazione, non sarebbe male se chi scrive avesse un’idea di che cosa sono i rapporti e le relazioni corrette, in modo che il lettore possa trarne qualche utilità. La poesia ha un suo lato pedagogico.
La poesia non è da prendere oggi molto sul serio. Ha una portata limitatissima. Il ruolo del poeta nella società è del tutto marginale.
Infine lo sguardo del poeta dovrebbe essere ampio, a 360 gradi intorno a sé. La globalizzazione economica ha modificato il nostro modo di percepire la realtà. Parlare soltanto di Langhe, o di me, non è più all’altezza dei tempi.
Lucano Jolly
CHE SIGNIFICATO AFFIDARE ALLA POESIA OGGI
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administrator
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02-11-2005 11:50
Penso fermamente che, oggi come sempre, la poesia è necessaria più che presente.
E’ un bene immenso, indispensabile ed assolutamente da coltivare.
In un mondo diretto verso nuove barbarie culturali ( e non solo) e paludi di costante passività, la poesia è tra le poche armi che ci restano a difesa di una società brutalmente schiavizzata.
Fra i generi letterari la poesia è quello più diretto perché si rivolge, senza alcuna mediazione, al cuore di ogni individuo.
Per questo carattere intimo e personale essa è indispensabile alla crescita di ciascuno di noi pertanto va accudita e fatta precisamente conoscere, divulgata.
Essa è “ provocazione” ed ha il nobile scopo di fare meglio capire il senso della vita.
Quindi merito ai poeti (o presunti tali) che tentano di “spersonalizzarsi” o meglio “ mettersi in discussione” ancora “darsi in pasto” a feroci critiche e giudizi vari in alcuni casi veramente eccessivi. E merito agli attenti lettori che cercano di recepire il messaggio intimistico dell’autore, rendendo la vita migliore.
Perché la poesia in fondo è proprio questo: tentare, se pure in punta di piedi, di rendere la vita più bella e godibile fuori da ogni schema tradizionalmente interessato.
Esiste una fase dell’esistenza in cui la poesia sembra essere l’unico strumento per esprimere il proprio senso di vita; se mi è permesso questo paragone la poesie è come le favole per i bambini permette cioè di provare e gustare sensazioni che altrimenti resterebbero sopite o represse in fondo al cuore. E ciò secondo me non va assolutamente bene.
Il poeta deve cercare di entrare nel cuore della gente con argomenti di tranquillità coinvolgente.
Ma come e in che maniera? Dando vita alla parola stessa usando linguaggio consono ed accessibile che rispecchia ampiamente le ambizioni del lettore.
Ed argomenti cari ai lettori che leggono per disintossicarsi dalla logorroica routine quotidiana, ce ne sono tanti.
Flavio Vacchetta
LA POETICA SECONDO FLAVIO
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fvacchetta
at
04-11-2005 12:41
La poesia è una forma di linguaggio che vorrei considerare tra il verbale e il non verbale,tra la lingua comune,utilitaria e la lingua come strumento conoscitivo.
Vorrei immaginarmi la poesia come musica,cioè come linguaggio non verbale,astratto che porta come significato anzitutto se' stessa,che cioè può essere considerata triste o allegra o quant'altro ma che vivaddio può esistere a prescindere da queste categorie.
In realtà,la poesia non è solo musica perchè un significato verbale ce l'ha,per quanto a volte (di solito) possa essere sfuggente,ambiguo,variabile. E non può nemmeno allontanarsi troppo dalla lingua e dal metaforizzare comune pena l'insignificanza del codice comune.La poesia non è espressione spontanea (la visione romantica del mondo poetico come del mondo primigenio ed infantile)o meglio,può esserlo a determinate condizioni di difficile realizzazione; per lo più,la poesia,come intima esigenza e come forma,si colloca entro una data o tradizione,anche in epoca di comunicazioni allargate.La poesia la paragono ad una rete coerente di riferimenti simbolici e metaforici nonchè riconosciuta esaltazione di opere artistiche come di ogni probabile destino personale.
La mia personale preferenza va forse alla lirica possibilmente sintetica,non direi ermetica, ma breve e concisa,quasi colma di flash
Se vogliamo scendere un po' più nello specifico,nella mia fase attuale (ma potrebbe chiaramente cambiare) preferisco un poesia da emozione avendo una certa allergia per il troppo facile metaforizzare,per l'aggettivazione allegra ed ottimistica.Poesia di essenze e relazioni come dati di fatto che rispecchiano la mia vita intera;
la mia modesta ambizione è quella di un controllo del verso (almeno ci provo) e dei componimenti,la realtà è quella delle parole che vengono così "per caso" senza sottoporle a noiose e logorroiche correzioni,senza peraltro denigrare il classico ed indiscutibile "lobor limae".
FLAVIO VACCHETTA
Vorrei immaginarmi la poesia come musica,cioè come linguaggio non verbale,astratto che porta come significato anzitutto se' stessa,che cioè può essere considerata triste o allegra o quant'altro ma che vivaddio può esistere a prescindere da queste categorie.
In realtà,la poesia non è solo musica perchè un significato verbale ce l'ha,per quanto a volte (di solito) possa essere sfuggente,ambiguo,variabile. E non può nemmeno allontanarsi troppo dalla lingua e dal metaforizzare comune pena l'insignificanza del codice comune.La poesia non è espressione spontanea (la visione romantica del mondo poetico come del mondo primigenio ed infantile)o meglio,può esserlo a determinate condizioni di difficile realizzazione; per lo più,la poesia,come intima esigenza e come forma,si colloca entro una data o tradizione,anche in epoca di comunicazioni allargate.La poesia la paragono ad una rete coerente di riferimenti simbolici e metaforici nonchè riconosciuta esaltazione di opere artistiche come di ogni probabile destino personale.
La mia personale preferenza va forse alla lirica possibilmente sintetica,non direi ermetica, ma breve e concisa,quasi colma di flash
Se vogliamo scendere un po' più nello specifico,nella mia fase attuale (ma potrebbe chiaramente cambiare) preferisco un poesia da emozione avendo una certa allergia per il troppo facile metaforizzare,per l'aggettivazione allegra ed ottimistica.Poesia di essenze e relazioni come dati di fatto che rispecchiano la mia vita intera;
la mia modesta ambizione è quella di un controllo del verso (almeno ci provo) e dei componimenti,la realtà è quella delle parole che vengono così "per caso" senza sottoporle a noiose e logorroiche correzioni,senza peraltro denigrare il classico ed indiscutibile "lobor limae".
FLAVIO VACCHETTA
Frammenti di poetica - Sergio Gallo
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sgallo
at
21-11-2005 09:27
Ho cercato di scrivere in breve ciò che per me è o dovrebbe essere la poesia.
“Al fondo della poesia c’è una sorta di impudicizia che fa emergere quel che non sapevamo di aver dentro (Ed allora restiamo con gli occhi spalancati come se una tigre, con un balzo, ci si fosse parata davanti e se ne restasse lì, alla luce, agitando la coda)” C. Milosz
“Le più belle poesie si scrivono sopra le pietre coi ginocchi piagati e le menti aguzzate dal mistero” Alda Merini
“I classici possono consolare, ma non abbastanza” Derek Walcott
L’esigenza primaria che ho sentito ogniqualvolta che ho provato a seguire quell’istinto indomabile, quel richiamo inestinguibile che – vuoi per insoddisfazione, vuoi per bisogno di comunicare – mi spingeva a prendere in mano la penna e a mettere nero su bianco gioie e sofferenze, visioni del mondo, visioni interiori o oniriche, tensioni intellettuali erotiche o spirituali, inquietudini, insofferenze, dubbi esistenziali e chi più ne ha più ne metta (e che qualcuno, spesso impropriamente, chiama “ispirazione”), è soprattutto quella di conciliare sapere e linguaggio scientifico con conoscenze e linguaggio letterari. Ora, man mano che gli anni passano e i tentativi poetici - con alterni risultati che non sta a me giudicare - si sommano, altre esigenze saltano man mano fuori reclamando sempre più la loro parte, il loro ruolo, ribadendo con sollecitudine la loro importanza - e la mia noncuranza, la mia ignoranza -, non senza aumentare difficoltà, dubbi, ore ed ore di faticoso e insoddisfacente lavoro. Più passano gli anni e più capisco i miei limiti. Anche per questo non mi sento di definire i miei componimenti come poesia. Alla Poesia forse ci arriverò un giorno, se riuscirò a coltivare e a far maturare il mio talento. O forse, arriverò al punto di smettere di scrivere assolutamente convinto della mia mediocrità e quindi della mia incapacità a comporre versi di una certa qual rilevanza. E prima di rovinarmi definitivamente la salute. Ma se uno ha un ottimo orecchio e una passione innata per la musica, è davvero un peccato che rinunci a diventare, facendo i dovuti studi e le dovute esercitazioni, un compositore o un musicista. Ecco, io da autodidatta mi sto ancora esercitando, cercando un maestro o forse avendone davvero troppi da seguire…Occorrono anni per inventare nuovi e originali linguaggi poetici, anni per diventare consapevoli della propria visone del mondo; occorrono il continuo confronto con gli altri e il lavoro in solitario fatto di letture, letture e ancora letture. E leggere possibilmente ad alta voce e con attenzione, non solo i classici, gli autori del passato, gli illustri morti, i padri e maestri che furono, ma anche e soprattutto i viventi, che ci danno le coordinate e la misura del nostro tempo. Poi occorre il tempo di metabolizzare e di fare proprio il tutto prima di risputarlo fuori. Premesso ciò, le mie concezioni poetiche (“intenzioni di scrittura” come dice Luciano Jolly, mi sembra davvero una felice allocuzione, perché il più delle volte ciò che dichiariamo o vogliamo fare restano intenzioni mancate) si possono idealmente riassumere nei seguenti punti:
La poesia deve essere “autentica”. Essere specchio fedele dell’autore, nutrirsi di esperienze realmente o intimamente vissute o filtrate grazie alla sua sensibilità. Ciò esclude che la vera poesia possa essere imitazione, plagio, mistificazione. Se ci si rifà a qualche modello, occorre sforzarsi di metterci qualcosa di personale.
La poesia deve possedere un linguaggio moderno. Il poeta è volente o nolente figlio del proprio tempo e di esso fornisce testimonianza. Per questo la poesia moderna è contaminata con la prosa, con il parlato, con i linguaggi mediatici, con i linguaggi tecnico-scientifici: non può più essere poesia lirica o contemplativa. Ma deve comunque restare poesia, assolutamente distante, diversa e superiore dalla narrativa e da ciò con la quale si sporca.
La poesia deve dire qualcosa. Avere un messaggio, che sia semplice o complesso, ma il più possibile lucido e chiaro. Gli esperimenti linguistici di certe avanguardie, mi lasciano freddo, ma ancora più indifferente mi lasciano certi vaniloqui autocelebrativi. Mi esaltano le visioni dei poeti Veggenti, come li chiama Rimbaud. Il linguaggio “alto” con cui si descrivono le minuzie della vita.La poesia deve dare, o meglio essere emozione, oltre che riflessione.
La poesia deve parlare dell’inconoscibile: di storie, sogni, miti. La poesia è come dice Nelo Risi “concreta e astratta, come per un fedele la sua religione rivelata” e “una continua ricerca del mito del proprio tempo”. Che si parli d’amore, di morte, di Dio (o della mancanza di Dio) è affrontare territori mai esplorati prima, o almeno da cui mai nessun viaggiatore sia tornato. Occorre parlare dell’oltre, dell’inafferrabile, del misterioso, dell’inesprimibile. Di ciò che nutre la nostra anima, delle voci provenienti dal nostro inconscio (o dal più accessibile subconscio). Far emergere ciò che non sappiamo di aver dentro (Milosz). Occorre cercare noi stessi: “Conosci te stesso – parti alla ricerca - riporta il Graal”, è l’appellativo di tutto la letteratura dell’Occidente; ad esso bisogna cercare di continuare ad ispirarsi. A costo di sondare abissi infernali, di toccare il fondo di abissi senza ritorno. Anzi, proprio lì si trova la poesia migliore, quella che è fame di Verità, di Assoluto, di Altrove. Nonostante tutto sia già stato scritto, sappiamo ancora così poco dell’Uomo.
La poesia deve tendere alla perfezione: come un diamante che va con pazienza e maestria intagliato dal materiale grezzo. Come una affascinante ragnatela, intessuta con precisione e pazienza, perché possa attirare la preda inconsapevole: il lettore. Per questo occorrono fatica e sudore: duro lavoro di labor limae: tutto ciò che è superfluo, va tolto. Lasciato solo ciò che è essenziale. La poesia è capacità di sintesi, condensazione delle (nostre e altrui) memorie. La poesia aspira alla Bellezza, la parola è cristallo di neve, spirale di conchiglia, granello di sabbia.
La poesia è impegno. Per questo mi capita a volte di fare venti o trenta stesure. Per questo quello che ieri ho messo nel cassetto più o meno soddisfatto, oggi lo riprendo, lo modifico, lo revisiono. Fino a quando non è stampato in un libro, tutto può essere migliorato ancora. Fenoglio ha scritto e riscritto per tutta la vita lo stesso libro. Montale, anche dopo aver pubblicato “Ossi di Seppia”, scriveva non più di 5 o 6 poesie l’anno. E ha vinto il Nobel per la letteratura. Il faticoso lavoro sui versi deve portare a una poesia con le seguenti qualità: personalità, ricchezza, profondità, potenza.
La poesia è responsabilità. Meditazione imprescindibile sulla Storia (che non è mai magistra vitae), sugli errori che l’uomo “sapiens sapiens”, continua a commettere. Contemporaneamente è rivoluzione, ritorno all’istante primordiale, all’età dell’oro e speranza nel futuro, in un uomo migliore. Fondamentale è però imparare a prendersi la responsabilità di quello che si dice e tanto più si scrive. E, compito assai arduo, smentire Adorno, trovare una via alla poesia anche dopo Hiroshima, dopo Auschwitz, dopo tutte le stragi commesse da questa contraddittoria obbrobriosa civiltà.
La poesia è musica. Struttura di silenzi alternati al suono-rumore della parola. Ritmico e primordiale incedere di versi, di sillabe. Sfida al deserto del silenzio e nello stesso tempo lotta contro il limite della parola (significato/significante). Gioco di metafore e delle altre figure retoriche che possa rinominare il nostro mondo e porlo in equilibrio con il mondo là fuori. Trovare il proprio canto, la propria voce. Domare la tigre selvatica (Milosz). Avere il coraggio di esporsi al pubblico. Il coraggio di sperimentare.
La poesia è terapia, bagno terapeutico, farmaco che cura e non intossica, formula shamanica, magia guaritrice, sollievo e consolazione. La poesia è miracolo salvifico, ci libera dalle nostre debolezze, dalle malattie, dalle frustrazioni. E’ rito collettivo di elevazione dello spirito. Per chi legge e per chi scrive.
La poesia deve essere senza tempo. Cercare di andare oltre, di durare e di farci durare un poco di più. Lasciare un piccolo segno del nostro passaggio. Prima che la morte sopraggiunga e di tutto il nostro meraviglioso bagaglio culturale, del nostro mondo interiore (pensieri, ricordi, immaginazione), non resti più niente, almeno a disposizione dei viventi e dei posteri. Cercare da vox clamantis ovvero da grido personale di farsi messaggio universale, passando dal singolo, al gruppo, alla regione, alla nazione, alla civiltà, al mondo, al cosmo intero…Questa è la qualità più difficile da ottenere, capacità che solo i grandi poeti hanno. Occorre saper guardare in alto, ma anche saper restare con i piedi ben piantati per terra.
Testi di riferimento:
Beppe Manfredi – “Angoscia e solitudine nella poesia contemporanea”
Mauro Ferrari – “Poesia come gesto”
Guido Ceronetti – “Siamo fragili, spariamo poesia”
Piero Boitani - “Parole Alate”
Sebastiano Vassalli – “Amore lontano”.
Creato da sgallo
Ultima modifica 2005-11-08 13:05
“Al fondo della poesia c’è una sorta di impudicizia che fa emergere quel che non sapevamo di aver dentro (Ed allora restiamo con gli occhi spalancati come se una tigre, con un balzo, ci si fosse parata davanti e se ne restasse lì, alla luce, agitando la coda)” C. Milosz
“Le più belle poesie si scrivono sopra le pietre coi ginocchi piagati e le menti aguzzate dal mistero” Alda Merini
“I classici possono consolare, ma non abbastanza” Derek Walcott
L’esigenza primaria che ho sentito ogniqualvolta che ho provato a seguire quell’istinto indomabile, quel richiamo inestinguibile che – vuoi per insoddisfazione, vuoi per bisogno di comunicare – mi spingeva a prendere in mano la penna e a mettere nero su bianco gioie e sofferenze, visioni del mondo, visioni interiori o oniriche, tensioni intellettuali erotiche o spirituali, inquietudini, insofferenze, dubbi esistenziali e chi più ne ha più ne metta (e che qualcuno, spesso impropriamente, chiama “ispirazione”), è soprattutto quella di conciliare sapere e linguaggio scientifico con conoscenze e linguaggio letterari. Ora, man mano che gli anni passano e i tentativi poetici - con alterni risultati che non sta a me giudicare - si sommano, altre esigenze saltano man mano fuori reclamando sempre più la loro parte, il loro ruolo, ribadendo con sollecitudine la loro importanza - e la mia noncuranza, la mia ignoranza -, non senza aumentare difficoltà, dubbi, ore ed ore di faticoso e insoddisfacente lavoro. Più passano gli anni e più capisco i miei limiti. Anche per questo non mi sento di definire i miei componimenti come poesia. Alla Poesia forse ci arriverò un giorno, se riuscirò a coltivare e a far maturare il mio talento. O forse, arriverò al punto di smettere di scrivere assolutamente convinto della mia mediocrità e quindi della mia incapacità a comporre versi di una certa qual rilevanza. E prima di rovinarmi definitivamente la salute. Ma se uno ha un ottimo orecchio e una passione innata per la musica, è davvero un peccato che rinunci a diventare, facendo i dovuti studi e le dovute esercitazioni, un compositore o un musicista. Ecco, io da autodidatta mi sto ancora esercitando, cercando un maestro o forse avendone davvero troppi da seguire…Occorrono anni per inventare nuovi e originali linguaggi poetici, anni per diventare consapevoli della propria visone del mondo; occorrono il continuo confronto con gli altri e il lavoro in solitario fatto di letture, letture e ancora letture. E leggere possibilmente ad alta voce e con attenzione, non solo i classici, gli autori del passato, gli illustri morti, i padri e maestri che furono, ma anche e soprattutto i viventi, che ci danno le coordinate e la misura del nostro tempo. Poi occorre il tempo di metabolizzare e di fare proprio il tutto prima di risputarlo fuori. Premesso ciò, le mie concezioni poetiche (“intenzioni di scrittura” come dice Luciano Jolly, mi sembra davvero una felice allocuzione, perché il più delle volte ciò che dichiariamo o vogliamo fare restano intenzioni mancate) si possono idealmente riassumere nei seguenti punti:
La poesia deve essere “autentica”. Essere specchio fedele dell’autore, nutrirsi di esperienze realmente o intimamente vissute o filtrate grazie alla sua sensibilità. Ciò esclude che la vera poesia possa essere imitazione, plagio, mistificazione. Se ci si rifà a qualche modello, occorre sforzarsi di metterci qualcosa di personale.
La poesia deve possedere un linguaggio moderno. Il poeta è volente o nolente figlio del proprio tempo e di esso fornisce testimonianza. Per questo la poesia moderna è contaminata con la prosa, con il parlato, con i linguaggi mediatici, con i linguaggi tecnico-scientifici: non può più essere poesia lirica o contemplativa. Ma deve comunque restare poesia, assolutamente distante, diversa e superiore dalla narrativa e da ciò con la quale si sporca.
La poesia deve dire qualcosa. Avere un messaggio, che sia semplice o complesso, ma il più possibile lucido e chiaro. Gli esperimenti linguistici di certe avanguardie, mi lasciano freddo, ma ancora più indifferente mi lasciano certi vaniloqui autocelebrativi. Mi esaltano le visioni dei poeti Veggenti, come li chiama Rimbaud. Il linguaggio “alto” con cui si descrivono le minuzie della vita.La poesia deve dare, o meglio essere emozione, oltre che riflessione.
La poesia deve parlare dell’inconoscibile: di storie, sogni, miti. La poesia è come dice Nelo Risi “concreta e astratta, come per un fedele la sua religione rivelata” e “una continua ricerca del mito del proprio tempo”. Che si parli d’amore, di morte, di Dio (o della mancanza di Dio) è affrontare territori mai esplorati prima, o almeno da cui mai nessun viaggiatore sia tornato. Occorre parlare dell’oltre, dell’inafferrabile, del misterioso, dell’inesprimibile. Di ciò che nutre la nostra anima, delle voci provenienti dal nostro inconscio (o dal più accessibile subconscio). Far emergere ciò che non sappiamo di aver dentro (Milosz). Occorre cercare noi stessi: “Conosci te stesso – parti alla ricerca - riporta il Graal”, è l’appellativo di tutto la letteratura dell’Occidente; ad esso bisogna cercare di continuare ad ispirarsi. A costo di sondare abissi infernali, di toccare il fondo di abissi senza ritorno. Anzi, proprio lì si trova la poesia migliore, quella che è fame di Verità, di Assoluto, di Altrove. Nonostante tutto sia già stato scritto, sappiamo ancora così poco dell’Uomo.
La poesia deve tendere alla perfezione: come un diamante che va con pazienza e maestria intagliato dal materiale grezzo. Come una affascinante ragnatela, intessuta con precisione e pazienza, perché possa attirare la preda inconsapevole: il lettore. Per questo occorrono fatica e sudore: duro lavoro di labor limae: tutto ciò che è superfluo, va tolto. Lasciato solo ciò che è essenziale. La poesia è capacità di sintesi, condensazione delle (nostre e altrui) memorie. La poesia aspira alla Bellezza, la parola è cristallo di neve, spirale di conchiglia, granello di sabbia.
La poesia è impegno. Per questo mi capita a volte di fare venti o trenta stesure. Per questo quello che ieri ho messo nel cassetto più o meno soddisfatto, oggi lo riprendo, lo modifico, lo revisiono. Fino a quando non è stampato in un libro, tutto può essere migliorato ancora. Fenoglio ha scritto e riscritto per tutta la vita lo stesso libro. Montale, anche dopo aver pubblicato “Ossi di Seppia”, scriveva non più di 5 o 6 poesie l’anno. E ha vinto il Nobel per la letteratura. Il faticoso lavoro sui versi deve portare a una poesia con le seguenti qualità: personalità, ricchezza, profondità, potenza.
La poesia è responsabilità. Meditazione imprescindibile sulla Storia (che non è mai magistra vitae), sugli errori che l’uomo “sapiens sapiens”, continua a commettere. Contemporaneamente è rivoluzione, ritorno all’istante primordiale, all’età dell’oro e speranza nel futuro, in un uomo migliore. Fondamentale è però imparare a prendersi la responsabilità di quello che si dice e tanto più si scrive. E, compito assai arduo, smentire Adorno, trovare una via alla poesia anche dopo Hiroshima, dopo Auschwitz, dopo tutte le stragi commesse da questa contraddittoria obbrobriosa civiltà.
La poesia è musica. Struttura di silenzi alternati al suono-rumore della parola. Ritmico e primordiale incedere di versi, di sillabe. Sfida al deserto del silenzio e nello stesso tempo lotta contro il limite della parola (significato/significante). Gioco di metafore e delle altre figure retoriche che possa rinominare il nostro mondo e porlo in equilibrio con il mondo là fuori. Trovare il proprio canto, la propria voce. Domare la tigre selvatica (Milosz). Avere il coraggio di esporsi al pubblico. Il coraggio di sperimentare.
La poesia è terapia, bagno terapeutico, farmaco che cura e non intossica, formula shamanica, magia guaritrice, sollievo e consolazione. La poesia è miracolo salvifico, ci libera dalle nostre debolezze, dalle malattie, dalle frustrazioni. E’ rito collettivo di elevazione dello spirito. Per chi legge e per chi scrive.
La poesia deve essere senza tempo. Cercare di andare oltre, di durare e di farci durare un poco di più. Lasciare un piccolo segno del nostro passaggio. Prima che la morte sopraggiunga e di tutto il nostro meraviglioso bagaglio culturale, del nostro mondo interiore (pensieri, ricordi, immaginazione), non resti più niente, almeno a disposizione dei viventi e dei posteri. Cercare da vox clamantis ovvero da grido personale di farsi messaggio universale, passando dal singolo, al gruppo, alla regione, alla nazione, alla civiltà, al mondo, al cosmo intero…Questa è la qualità più difficile da ottenere, capacità che solo i grandi poeti hanno. Occorre saper guardare in alto, ma anche saper restare con i piedi ben piantati per terra.
Testi di riferimento:
Beppe Manfredi – “Angoscia e solitudine nella poesia contemporanea”
Mauro Ferrari – “Poesia come gesto”
Guido Ceronetti – “Siamo fragili, spariamo poesia”
Piero Boitani - “Parole Alate”
Sebastiano Vassalli – “Amore lontano”.
Creato da sgallo
Ultima modifica 2005-11-08 13:05
Replies to this comment
La poetica - Beppe Bosio
Posted by
sgallo
at
21-11-2005 09:29
La poesia è una delle arti, al pari della musica, della danza, della pittura, ecc.
Mentre la musica usa i suoni ed uno strumento che li emette, la danza usa la coreografia ed il corpo come supporto e la pittura uso i colori e la tela, la poesia usa la parola e la musicalità (intesa come armonia o anche disarmonia). La poesia di un tempo usava delle regole certe di musicalità, quali le rime o i versi, con regole sicure e suoni esatti (si pensi alla poesia latina e a tutta la poesia fino al secolo scorso). Ora non si usa più scrivere in versi e neanche usare le rime, ciononostante è importante che la poesia abbia musicalità.
La differenza tra la poesia e le altre arti che usano la parola (il romanzo, il saggio, ecc) è data propria dalla musicalità.
Non è richiesto invece un supporto cartaceo: la poesia esiste anche senza scriverla. Infatti sono grandi poeti gli aedi dell’antica Grecia (e tra tutti Omero) o i trovatori che poetavano nelle corti francesi. E anche Rita che ci recita le sue poesie.
La poesia è sintesi. E se non è sintesi non è poesia: nel senso che la poesia non deve raccontare niente, se non sentimento, anzi barlumi di sentimento, sentimento allo stato puro. Questo comporta una asciuttezza di espressione. Non mi stancherò di ripetere che la poesia deve essere corretta, scritta, riscritta, fino a che sia soltanto essenza. Il poeta altro non è che l’alambicco da dove esce pura l’acquavite distillata dalle vinacce. La poesia dunque è spirito, acquavite…Al pari di Platone, dirò che la poesia non è il cavallo ma la “cavallinità”.
La poesia è lavoro: infinito lavoro di cesello, di lima. (il primo verso lo dettano gli dei, ma gli altri?)
La poesia è sofferenza: “verbum caro factum est”: se la poesia non si fa carne non ha valore! La poesia non è gioia; essa nasce dal dolore della vita. Dal tormento, dalle notti insonne, dalle delusioni, dalle illusioni, dalla disperazione, dallo sgomento…
Vero è che la poesia dona pace! Ma nasce dalla macerazione, anche fisica, delle idee, dei sentimenti.
La prima disperazione è quella di dare parola a quanto è in testa, nell’animo, nel cuore. Quanti hanno avuto un attimo di panico davanti al foglio bianco? E quanti fogli bianchi sono stati lanciati nel cestino dei rifiuti? E cosa è rimasto sulla carta di quello che vi era dentro il cuore?
Vero che la poesia dona pace! E la prima pace ( o serenità) è quella del poeta che ha terminato lo scritto: al pari di un parto, vi è un momento di grande serenità, anzi di svuotamento (esperienza diretta!). La seconda serenità è quella del lettore, il quale assorbe lo spirito della poesia e ne fa uso: è come avere mille esperienze, mille sentimenti, racchiusi dentro uno scrigno. E’ come sorbire un delicatissimo spirito d’annata!
Giuseppe Bosio
Mentre la musica usa i suoni ed uno strumento che li emette, la danza usa la coreografia ed il corpo come supporto e la pittura uso i colori e la tela, la poesia usa la parola e la musicalità (intesa come armonia o anche disarmonia). La poesia di un tempo usava delle regole certe di musicalità, quali le rime o i versi, con regole sicure e suoni esatti (si pensi alla poesia latina e a tutta la poesia fino al secolo scorso). Ora non si usa più scrivere in versi e neanche usare le rime, ciononostante è importante che la poesia abbia musicalità.
La differenza tra la poesia e le altre arti che usano la parola (il romanzo, il saggio, ecc) è data propria dalla musicalità.
Non è richiesto invece un supporto cartaceo: la poesia esiste anche senza scriverla. Infatti sono grandi poeti gli aedi dell’antica Grecia (e tra tutti Omero) o i trovatori che poetavano nelle corti francesi. E anche Rita che ci recita le sue poesie.
La poesia è sintesi. E se non è sintesi non è poesia: nel senso che la poesia non deve raccontare niente, se non sentimento, anzi barlumi di sentimento, sentimento allo stato puro. Questo comporta una asciuttezza di espressione. Non mi stancherò di ripetere che la poesia deve essere corretta, scritta, riscritta, fino a che sia soltanto essenza. Il poeta altro non è che l’alambicco da dove esce pura l’acquavite distillata dalle vinacce. La poesia dunque è spirito, acquavite…Al pari di Platone, dirò che la poesia non è il cavallo ma la “cavallinità”.
La poesia è lavoro: infinito lavoro di cesello, di lima. (il primo verso lo dettano gli dei, ma gli altri?)
La poesia è sofferenza: “verbum caro factum est”: se la poesia non si fa carne non ha valore! La poesia non è gioia; essa nasce dal dolore della vita. Dal tormento, dalle notti insonne, dalle delusioni, dalle illusioni, dalla disperazione, dallo sgomento…
Vero è che la poesia dona pace! Ma nasce dalla macerazione, anche fisica, delle idee, dei sentimenti.
La prima disperazione è quella di dare parola a quanto è in testa, nell’animo, nel cuore. Quanti hanno avuto un attimo di panico davanti al foglio bianco? E quanti fogli bianchi sono stati lanciati nel cestino dei rifiuti? E cosa è rimasto sulla carta di quello che vi era dentro il cuore?
Vero che la poesia dona pace! E la prima pace ( o serenità) è quella del poeta che ha terminato lo scritto: al pari di un parto, vi è un momento di grande serenità, anzi di svuotamento (esperienza diretta!). La seconda serenità è quella del lettore, il quale assorbe lo spirito della poesia e ne fa uso: è come avere mille esperienze, mille sentimenti, racchiusi dentro uno scrigno. E’ come sorbire un delicatissimo spirito d’annata!
Giuseppe Bosio
(ovvero il modo di intendere la poesia)
Silvio Marengo
Il tema della POETICA è basilare per tutti coloro che si accingono a produrre poesia, testi poetici o di narrazione poetica.
Occorre valutare quelli che sono i contenuti della poesia, la forma del testo e tentare una descrizione ,se non è possibile una definizione, della figura del moderno poeta.
Gli argomenti oggetto dell' indagine poetica possono essere i più svariati,che facciano comunque parte della vita umana,del vissuto normale e quotidiano,oppure delle azioni straordinarie e rare.Ciò che conta è che l'indagine poetica,partendo da un aspetto della vita e del comportamento delle persone,sappia con parole comprensibili, possibilmente originali, partire con il domandarsi perchè accadono certi fatti e qual'è la condizione dell'animo che costituisce il supporto alle vicende considerate.Qualsiasi argomento può dunque costituire uno spunto di interesse per l'animo sensibile e poetico ed intelligente di chi si accinge a comporre in versi.
La forma della poesia da considerarsi "moderna"è una forma che posso definire "comprensibile e spigliata".Deve essere comprensibile,ossia il contrario di "ermetica" e "criptica"poichè non deve mai dimenticare di essere rivolta alla comprensione del maggior numero possibile di lettori.Se nel comporre dei versi ci si dimentica di essere comprensibili in modo pressochè immediato, ecco che il testo poetico perde la sua efficacia espressiva o dimostrativa.Quando ci troviamo di fronte ad una poesia "ermetica"o addirittura "criptica" ecco che essa può facilmente diventare "astrusa".Abbiamo l'impressione che il poeta abbia perso il filo della sua tensione emotiva inducendo nel lettore, seppur involontariamente,un'ulteriore confusione.
La forma inoltre dovrebbe essere il più possibile "spigliata"ovverosia "leggera" e vicina al modo di esprimersi moderno,non disdegnando termini appropriati anche se poco consueti,con abbinamenti di vocaboli intriganti,ma allo stesso tempo pertinenti all'argomento e ,perchè no,talvolta anche impertinenti.
La forma "spigliata"è quella che più facilmente,proprio per la sua lievità,parla più direttamente al cuore, andando a pizzicare le corde dell'arpa che si trova dentro ognuno di noi.
L'occhio del poeta è diverso dal sentire dell'uomo con una sensibilità comune,poichè è più reattivo e sensibile alle situazioni e più raffinato nel discernimento.Ma è diverso anche dall'occhio del tecnico che valuta le vicende umane in base al grado di convenienza pratica o comportamentale.L'occhio del moralista o del filosofo,seppur dotati di una sensibilità più evoluta,è tuttavia condizionato dallo spesso filtro delle loro credenze etico-moralistiche, fideistiche oppure riferibili ad una concezione umanistica prefigurata.Senza essere pilotato da moralismi di sorta,schematismi dogmatici oppure filtri filosofici, spesso forieri di vere e proprie gabbie mentali o deleterie fughe dalla realtà,il poeta è sempre recettivo alle condizioni di sofferenza, di impotenza, di gioia o di sconforto,di rassegnazione o di impazienza che,di volta in volta ,inondano l'animo umano.